Datemi dell'apocalittico. Del catastrofista. Del nostalgico. Anche del reazionario. Del pessimista cosmico. Datemi di quello che vi pare ma non cambierò idea. La razza umana, almeno quella conoscibile, da un punto di vista biologico si trova in uno stato di involuzione permanente al punto che i nostri discendenti, tra qualche milione di anni, torneranno probabilmente da dove si é venuti, a sguazzare in acqua. Quanto tempo ci é voluto per raddrizzarci in piedi, per trasformare le zampe in arti, per formare una spina dorsale robusta e funzionale, per distinguerci dal resto del regno animale? Conquiste fatte di ere geologiche, ma anche di volontà ferrea, di battaglie per la sopravvivenza, di curiosità e rivelazioni, di scoperte e desiderio di svelare il mistero delle cose. Il corpo, inevitabilmente, ha dovuto adattarsi e forgiarsi a un genere di esistenza che, eufemisticamente, può essere definita travagliata: resistente per scappare dalle insidie, agile per attraversare percorsi accidentati, forte per affrontare il nemico, rapido e preciso per procurarsi il cibo. Se penso a quali parti anatomiche nell'attuale era digitale hanno senso di esistere, mi viene in mente un essere umano con una testa gigante, formata da miliardi di circuiti nervosi indubbiamente di raffinata intelligenza, dita lunghissime e di coordinazione finissima per sfruttare al massimo gli strumenti della cosiddetta modernità. Per il resto, a cosa servono le gambe visto che abbiamo migliaia di modi per risparmiare tempo e fatica? La colonna vertebrale, artefice della nostra posizione eretta, che significato può avere visto che si passa la gran parte del tempo seduti o distesi? Solo lo sport può richiedere l'intervento di queste zone corporee dimenticate, ma a quale prezzo? Ragazzi che non sanno correre, saltare, buttarsi a terra, prendere e lanciare. La palestra non può sostituire l'apprendimento naturale, fatto di prove ed ostacoli, di cadute e risalite, di ferite procurate, di sudore inevitabilmente prodotto. L'uomo non si può costruire chimicamente in laboratorio, é la somma di esperienze fatte, di ginocchia sbucciate, di lacrime asciugate, di tentativi perpetuati fino a trovare la soluzione dei problemi. Sono preoccupato, perché quello che vedo non mi piace: pazienza per gli allenatori che si trovano giocatori sempre meno abili - a parte qualche mosca bianca uscita chissà dove - c' é un limite complessivo che prima o poi si riverserà sul modo di vivere quotidiano. Non ci sarò, ma se tra qualche era la spina dorsale sarà sostituita da una volgare lisca, qualcuno saprà dove tutto ha avuto inizio.
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