Rimango perplesso, oggi più di ieri, sulla fantomatica riforma della scuola. Le parole di Renzi, che hanno un forte ed indubbio impatto popolare, in realtà sono poco tranquillizzanti. Cosa significa che non va premiata l'anzianità, bensì il merito? L'anzianità non è forse un merito? Non esiste un criterio più scientifico ed obiettivo degli anni di servizio. Fortemente discrezionale é invece la categoria del merito: chi sarà l'arbitro imparziale? Verrà dato maggior potere ai presidi che già stanno dominando la scena rosicchiando giorno dopo giorno l'auto determinazione dei docenti? ( unico e residuo avamposto di vita democratica ) E ancora, come si calcola il merito? A slinguazzate, progetti, formazione personale, gradimento popolare, compiacenza acritica, cos'altro? C'è un altra considerazione, più fastidiosa delle precedenti. Mi chiedo spesso, forse con supponenza, che cosa mi debba meritare più di quello che sto faticosamente realizzando all'interno delle mie possibilità operative. Fare bene il proprio dovere, probabilmente, non è sufficiente. E non mi consola il fatto che la presunzione di chi sta al governo sugli insegnanti sia suggerita da una minoranza che dá il cattivo esempio: se c'è zizzania da estirpare, lo si faccia senza tirare in ballo genericamente e indiscriminatamente la categoria. C'è un contratto bloccato da anni e di cui non si vedono spiragli all'orizzonte: penso che prima di parlare di supplementi, si debba partire dal riconoscimento del lavoro di base, fatto di aula, lezioni, verifiche, colloqui e quant'altro costituisce il carico quotidiano degli insegnanti. É francamente offensivo pensare che ciò che già stanno facendo gli insegnanti non sia meritevole di riconoscimento economico: vedere colleghi che si sbranano a vicenda per aggiudicarsi progetti il più delle volte inventati per interessi personali rende molto squallido lo scenario e, per quanto mi riguarda, poco respirabile. Siamo sicuri che rendere un ambiente formativo più competitivo di quanto lo sia già, faccia bene alla scuola? Nel frattempo, io che pensavo che l'anzianità fosse un valore, mi devo ricredere. Non ho la stessa energia e forza propositiva di trent'anni fa quando per la prima volta entrai in palestra con il registro ( cartaceo per forza ) sotto braccio, ma la passione forse non si é ancora arrugginita. Ma, si sa, la passione é come l'amore, non si può misurare, non si può affettare. E l'amore é gratuito, non ha prezzario.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
mercoledì 3 settembre 2014
martedì 26 agosto 2014
a muso duro
I segnali di decomposizione, non solo fisica, avanzano implacabilmente. L'intolleranza é la prima comparsa: la non accettazione indiscriminata di ciò che vediamo e sentiamo marca l'inevitabile e spiacevole passaggio dall'età della spensieratezza a quella del muso duro e del confronto spesso conflittuale con la vita vera. Ci sono cose, abitudini e comportamenti, non necessariamente fondamentali, che non si è più disposti ad approvare: ad esempio, il rumore in montagna, la suoneria dei cellulari ( perfino in chiesa ), la maleducazione in strada ( nessuno escluso anche pedoni ), la spettacolarizzazione della solidarietà, le riunioni infinite e intrise di parole vuote, la morbosità nel dare e ricevere le notizie ( particolarmente tragiche ), lo spreco vissuto con estrema normalità, il fatto che altri possano decidere o meno sulla preziosità del nostro tempo. E molto altro ancora. Il passo verso l'isolamento é breve: ciò che fino a un po' di tempo fa sembrava indispensabile, ora diventa inutile se non irritante. Ciò che abbiamo combattuto diventa improvvisamente famigliare. Abbiamo indossato gli stessi panni che ci eravamo ripromessi di togliere. Siamo diventati gli stessi padri e madri che avevamo giurato di rinnegare. Come insegna Pavese, vivere é il mestiere più difficile e non esistono né formatori, né regole, né corsi speciali. Vivere si impara da sé. Anzi, non si impara mai.
giovedì 14 agosto 2014
conte e conti
Sarà che Antonio Conte non rientra nella lista dei preferiti. Sarà che stiamo attraversando tempi magri. Sarà che non mi convince questa rincorsa al salvatore della patria. Sarà, ma la vicenda del nuovo CT mi lascia alquanto perplesso. Sorvolando sui meriti tecnici - non ho svariati elementi a disposizione, sebbene la cronaca parli di trionfi nazionali e altrettanti tonfi internazionali - ho l'impressione, che per quanto riguardi gli ingaggi, si sia persa completamente la bussola. Poco importa da dove provenga il denaro: che siano pubblici o privati, che siano nostri o di altri, stiamo parlando di cifre spropositate e fuori da ogni logica comprensibile. In molti paesi l'allenatore della nazionale non ha un contratto a tempo pieno: ciò significa minore tempo a disposizione, ma anche meno oneri per le federazioni. Come é possibile paragonare un contratto con un club di prestigio - ad esempio la Juventus - con quello di Commissario Tecnico? Come si può pretendere di guadagnare le stesse cifre? A parte le pressioni, terrificanti e quotidiane, a cui é sottoposto un mister qualsiasi di serie A, ma l'impegno effettivo sul campo é di una disparità notevole ed evidente. Quanti raduni deve - o meglio può visti gli impegni di campionato e coppe - fare il trainer della nazionale durante una stagione? Quante partite e amichevoli in un anno? Passare la vita visionando giocatori non è la stessa cosa che rischiare la pelle tutti i giorni sul campo. E questo Conte dovrebbe saperlo, forse meglio di qualunque altro. É vero che soprattutto in Italia il rischio di bruciarsi facendo il mestiere più difficile in patria é alquanto alto, ma non da giustificare pretese eccessive e impopolari. Siamo proprio sicuri che valga la pena inseguire un uomo ad ogni costo? Non credo che per un ruolo del genere valga il criterio dell'indispensabilità: qualcuno forse conosceva il mister della Germania prima che vincesse il titolo mondiale? In Italia abbiamo il culto dell'eroe: diversi Savonarola che si alternano al comando di istituzioni, aziende, squadre nazionali e che hanno il compito di trascinarci fuori dalle secche e regalarci soddisfazioni indimenticabili. Ma per i mali del calcio, come per altri, non é sufficiente Antonio Conte, nemmeno a tempo pieno e con pieni poteri. Se non ci sono più talenti nello stivale, non sarà certo un uomo focoso e irruento, bravo quanto si vuole, a risolverli. Forse si dovrebbe distribuire la ricchezza un po' più in periferia, dove i giocatori si formano. Meglio che mi fermi, sto iniziando a farfugliare.
domenica 10 agosto 2014
questo e quello
É uscita una bufala colossale su faccia libro: non si farà più educazione fisica alle superiori. Non é tanto la notizia in sé ad avermi scosso - sono abbastanza navigato, a tal punto che se qualcuno mi mettesse anzitempo in quiescenza mi farebbe solo una cortesia - quanto il fatto che a molti apparisse come una possibilità reale. Preoccupante davvero: ci stiamo così facilmente abituando alle scemenze da doverci credere per forza. Mezze verità, o mezze bugie a seconda di dove le si guardi, stanno diventando pane quotidiano costringendo i nostri stanchi neuroni dell'intelletto a sforzi di comprensione e traduzione continui. Mi sono chiesto: come mai questa balla appare così credibile? Risposta: probabilmente molti pensano che l'attività fisica a scuola in età adolescenziale non serva a un bel niente. E qui casca l'asino perché questa affermazione poteva valere qualche anno fa. Oggi la gran parte degli adolescenti non fa attività motoria: molti hanno smesso anzi tempo con l'agonismo, altri si sono buttati anima e collo sullo studio, altri ancora si sono talmente rincitrulliti con video giochi, play station e social network da aver affinato e velocizzato solamente il movimento delle dita. Ci sono ragazzi che non sono in grado di correre cinque minuti senza fermarsi: una lezione di due ore continuate può diventare un vero problema per alcuni se non si fanno pause di abbeveraggio o recupero cardio-respiratorio. Molti paesi si stanno attrezzando per inculcare nella popolazione una mentalità di prevenzione alla salute: hanno capito che se la gente non ricorre alle cure mediche ci saranno minori costi per la collettività e una maggiore produttività. Due ore alla settimana - soprattutto unite - sono una goccia nel mare, ma, per giunta, sono sempre meglio di zero. La stucchevole discussione sulla maggiore importanza di fare attività motoria scolastica in età precoce - scuole elementari per capirsi - mi rattrista e, malgrado mi sforzi, stento a comprenderla. É come se dicessi ad un bambino di scegliere tra un gelato o una fetta di dolce: perché non entrambi? Non ci sono abbastanza soldi? Ma come, se ogni giorno ci sentiamo ripetere che la scuola é una priorità! Lo si dimostri davvero, allora, con i fatti. Non togliendo da una parte per dare all'altra, ma facendo progetti di lungo respiro, dove anche il bambino, poi ragazzo, infine adolescente, anche se non amante delle discipline sportive, possa maturare una consapevolezza di cura del corpo e della salute. Mi dispiace, signori, di guerre tra poveri a scuola ne ho già viste abbastanza: che spettacolo indecente vedere insegnanti che si rubano un tozzo di pane per qualche ora in più. Non deve essere così: non ci sto alla logica questo o quello. Mi piace di più questo e quello. Tutto é importante anche se nulla indispensabile. Gli insegnanti sono troppo vecchi per stare in palestra? Sono d'accordo, se qualcuno riesce a convincere i nostri legislatori che é venuta per noi l'ora di andarsene, gliene saremmo grati eternamente.
sabato 26 luglio 2014
dei o ciarlatani?
Vincenzo Nibali mi piace. Mi piace il suo istinto di attaccante. Mi piace il suo sguardo, sicuro e rassicurante. Mi piace la sua modestia. Mi piace il suo cuore, aperto e solidale. Mi piacciono le sue parole, semplici e inoffensive. Mi piace che abbia messo in imbarazzo i francesi. Di lui mi piace quasi tutto. Come mi piaceva ed esaltava Marco Pantani, quando partiva in salita e lasciava tutti sul posto. Come mi è piaciuto Lance Amstrong, fuoriuscito da una malattia grave e capace di stendere tutti e dominare per anni come di rovinare tutto per brama di successo e avidità. Combatto faticosamente nell'animo per scongiurare l'ennesimo sbaglio: l'innamoramento. Gli atleti, i campioni, fanno questo effetto: sono come eroi di leggende epiche e costringono ingenuamente l'anima a schierarsi, ad amare questi uomini come esseri immortali. Non é certo colpa sua se la diffidenza ha raggiunto livelli di saturazione: dicono che il ciclismo di oggi sia pulito, diverso da quello precedente, ma le scottature sono troppe e ancora vive per considerare la vicenda chiusa una volta per tutte. Nemmeno io, sono sincero, mi fido ciecamente: chissà se quelle accelerazioni in salita sono frutto esclusivo di allenamenti al limite della sopportabilità o se hanno derivazioni di altro genere e natura. La forma smagliante dimostrata al Tour é figlia di una programmazione impeccabile e di una metodologia di allenamento senza sbavature? Al momento la verità sembra essere questa. Spesso, però, i nodi al pettine escono in tarda differita e con un effetto ancor più deflagrante: le penose immagini di contrasto tra leggenda prima e tradimento poi sono ancora nitide nei nostri occhi. La caduta degli dei é uno spettacolo a cui non vorremmo più assistere. Facciamo così, Vincenzo: se l'ipotesi di reato - che ad oggi non sussiste ma che le eccessive disillusioni portano ad avanzare - cadrà in prescrizione, sarò il primo a chiedere venia per aver dubitato. Pagherò il mio debito inserendoti nella galleria degli indimenticabili. Per il momento mi limito a considerare la fredda realtà: sei il legittimo vincitore del Tour de France. Per il mito, lasciami ancora un po' di tempo. La storia, si sa, dá torto e dá ragione e se é vero che non hai nulla da nascondere, basta solo aspettare.
sabato 19 luglio 2014
in fila per amore
Il rischio di ripetersi é fatalmente alto, però i tempi suggeriscono ulteriori riflessioni. In nazionale non si stipula un contratto di lavoro: in nazionale si va per gioia, orgoglio, amore (parola grossa, ma necessaria). Se non esistono queste condizioni, l'insistenza si trasforma in pena reciproca. Ci sono giocatori in giro che darebbero un rene per vestire la maglia azzurra ( compreso lo scrivente, anche se ormai fuori dai giochi): forse con minore qualità, ma con maggiore attaccamento. Purtroppo l' ossessione per un risultato di prestigio in una fase storica di vacche magre ( abituati troppo bene forse? ) conduce spesso alla cecità o, peggio, alla volontà di non vedere. Tutti vorremmo ammirare il tricolore alzarsi, ma se ciò non fosse possibile - come purtroppo accaduto negli ultimi anni -, ci accontenteremmo di vedere gente che si sbatte in campo, che gioca rifuggendo da pensieri ricorrenti ad infortuni o alla sacrosanta ( per carità ) necessità di riposo. Non é certo un tiro sbagliato o un passaggio finito male che fa infuriare il popolo nazional-cestista: semmai una corsa lenta, una difesa molle, un rimbalzo facile concesso. In azzurro, più che nei club, visto che esiste libertà di scelta - non imposta da padri padroni padrini, procuratori e affini - il criterio dovrebbe essere chiaro: si mira al giocatore completo, fatto possibilmente di talento, ma anche di cuore, solidità, leadership, esemplarità. I ragazzi/e che vanno al palazzo a tifare, vogliono vedere una sporca dozzina di leoni che si buttano per terra: certo, anche le schiacciate e le bombe, ma in particolare la fierezza di vestire una maglia che solo a pochi eletti é permesso fare. Non sarei nemmeno spietato verso la diserzione: punire non farebbe altro che aumentare attenzioni non meritate e spostare l'accento sulla minaccia a fronte della volontà di scelta. In nazionale, come in qualsiasi rappresentativa a qualsiasi livello, ci si deve andare contenti, e lo si deve vedere dalle facce e dai comportamenti. Perché contenti? Perché c'è una fila fuori ad aspettare e perché c'è un popolo, piccolo o grande che sia, da rispettare e onorare.
sabato 5 luglio 2014
senza illusioni
Una grande piaga si sta abbattendo sullo sport giovanile. Ha dei connotati precisi: senza tanti giri di parole, si chiama illusione. O, meglio, disillusione, che altro non é se non la logica prosecuzione temporale della prima. Non é certo una malattia sconosciuta, ma diffusione e invasivitá negli ultimi tempi sono salite alle stelle e se non si provvede immediatamente a tamponare il fenomeno sono previsti tempi bui per l'agonismo con calo vertiginoso dei praticanti e, conseguentemente, risultati scadenti a livello di vertice. Molte le cause all'origine, in ogni caso ricondotte al comportamento sconsiderato degli adulti, che vedono nelle giovani leve lo strumento ideale per le proprie ambizioni. Tra i primi, procuratori senza scrupoli e poco avveduti, che preferiscono firmare contratti piuttosto che preoccuparsi della formazione tecnica dei giocatori: risultato? molti giovani restano a piedi perché sprovvisti delle abilità necessarie per giocare ad alti livelli. Genitori disposti a tutto - perfino in casi estremi a chiudere un occhio su pratiche illecite - pur di vedere i propri figli entrare nell'Olimpo dello sport italiano, con la conseguenza, quasi certa, che gli esiti non siano mai corrispondenti alle aspettative. Lo squallido panorama mediatico che pur di fare ascolti e lettori ha il grande potere di deformare la realtà scambiando per campioni giocatori di normale levatura. Ma anche tecnici - e mi ci metto anch'io nel grande calderone - pronti a scommettere su futuri talenti con dati troppo approssimativi e provvisori. Società che fanno investimenti su ragazzi ancora teneri strappandoli troppo presto dalle proprie radici trascurando aspetti fondamentali della formazione umana. Tutti quanti, per il bene dello sport e soprattutto dei giovani, dobbiamo fare un grande passo indietro. Estirpare tutte le pressioni innaturali e artificiali e mantenere in vita esclusivamente quelle insite ad una sana competizione che bastano e avanzano da se stesse. Proteggere - qui si che il termine ha un senso, non quello fazioso e controproducente quando i figli hanno torto - in maniera vigorosa i ragazzi da qualsiasi malsana esposizione, da quel mondo sportivo malato e costruito forzosamente che carica di richieste eccessive una mente incapace di rielaborare tensioni e conflitti. I ragazzi non vanno pompati, - soprattutto nella fragilità dei tempi odierni - prima o poi scoppieranno e ci troveremo di fronte ad un abbandono di massa. É sbagliato dire che se ne vanno perché non si divertono: se ne vanno perché sbattono contro un muro. Ma quel muro, volenti o nolenti, siamo stati noi adulti ad innalzarlo.
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