"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

domenica 10 agosto 2014

questo e quello

É uscita una bufala colossale su faccia libro: non si farà più educazione fisica alle superiori. Non é tanto la notizia in sé ad avermi scosso - sono abbastanza navigato, a tal punto che se qualcuno mi mettesse anzitempo in quiescenza mi farebbe solo una cortesia - quanto il fatto che a molti apparisse come una possibilità reale. Preoccupante davvero: ci stiamo così facilmente abituando alle scemenze da doverci credere per forza. Mezze verità, o mezze bugie a seconda di dove le si guardi, stanno diventando pane quotidiano costringendo i nostri stanchi neuroni dell'intelletto a sforzi di comprensione e traduzione continui. Mi sono chiesto: come mai questa balla appare così credibile? Risposta: probabilmente molti pensano che l'attività fisica a scuola in età adolescenziale non serva a un bel niente. E qui casca l'asino perché questa affermazione poteva valere qualche anno fa. Oggi la gran parte degli adolescenti non fa attività motoria: molti hanno smesso anzi tempo con l'agonismo, altri si sono buttati anima e collo sullo studio, altri ancora si sono talmente rincitrulliti con video giochi, play station e social network da aver affinato e velocizzato solamente il movimento delle dita. Ci sono ragazzi che non sono in grado di correre cinque minuti senza fermarsi: una lezione di due ore continuate può diventare un vero problema per alcuni se non si fanno pause di abbeveraggio o recupero cardio-respiratorio. Molti paesi si stanno attrezzando per inculcare nella popolazione una mentalità di prevenzione alla salute: hanno capito che se la gente non ricorre alle cure mediche ci saranno minori costi per la collettività e una maggiore produttività. Due ore alla settimana - soprattutto unite - sono una goccia nel mare, ma, per giunta, sono sempre meglio di zero. La stucchevole discussione sulla maggiore importanza di fare attività motoria scolastica in età precoce - scuole elementari per capirsi - mi rattrista e, malgrado mi sforzi, stento a comprenderla. É come se dicessi ad un bambino di scegliere tra un gelato o una fetta di dolce: perché non entrambi? Non ci sono abbastanza soldi? Ma come, se ogni giorno ci sentiamo ripetere che la scuola é una priorità! Lo si dimostri davvero, allora, con i fatti. Non togliendo da una parte per dare all'altra, ma facendo progetti di lungo respiro, dove anche il bambino, poi ragazzo, infine adolescente, anche se non amante delle discipline sportive, possa maturare una consapevolezza di cura del corpo e della salute. Mi dispiace, signori, di guerre tra poveri a scuola ne ho già viste abbastanza: che spettacolo indecente vedere insegnanti che si rubano un tozzo di pane per qualche ora in più. Non deve essere così: non ci sto alla logica questo o quello. Mi piace di più questo e quello. Tutto é importante anche se nulla indispensabile. Gli insegnanti sono troppo vecchi per stare in palestra? Sono d'accordo, se qualcuno riesce a convincere i nostri legislatori che é venuta per noi l'ora di andarsene, gliene saremmo grati eternamente.

sabato 26 luglio 2014

dei o ciarlatani?

Vincenzo Nibali mi piace. Mi piace il suo istinto di attaccante. Mi piace il suo sguardo, sicuro e rassicurante. Mi piace la sua modestia. Mi piace il suo cuore, aperto e solidale. Mi piacciono le sue parole, semplici e inoffensive. Mi piace che abbia messo in imbarazzo i francesi. Di lui mi piace quasi tutto. Come mi piaceva ed esaltava Marco Pantani, quando partiva in salita e lasciava tutti sul posto. Come mi è piaciuto Lance Amstrong, fuoriuscito da una malattia grave e capace di stendere tutti e dominare per anni come di rovinare tutto per brama di successo e avidità. Combatto faticosamente nell'animo per scongiurare l'ennesimo sbaglio: l'innamoramento. Gli atleti, i campioni, fanno questo effetto: sono come eroi di leggende epiche e costringono ingenuamente l'anima a schierarsi, ad amare questi uomini come esseri immortali. Non é certo colpa sua se la diffidenza ha raggiunto livelli di saturazione: dicono che il ciclismo di oggi sia pulito, diverso da quello precedente, ma le scottature sono troppe e ancora vive per considerare la vicenda chiusa una volta per tutte. Nemmeno io, sono sincero, mi fido ciecamente: chissà se quelle accelerazioni in salita sono frutto esclusivo di allenamenti al limite della sopportabilità o se hanno derivazioni di altro genere e natura. La forma smagliante dimostrata al Tour é figlia di una programmazione impeccabile e di una metodologia di allenamento senza sbavature? Al momento la verità sembra essere questa. Spesso, però, i nodi al pettine escono in tarda differita e con un effetto ancor più deflagrante: le penose immagini di contrasto tra leggenda prima e tradimento poi sono ancora nitide nei nostri occhi. La caduta degli dei é uno spettacolo a cui non vorremmo più assistere. Facciamo così, Vincenzo: se l'ipotesi di reato - che ad oggi non sussiste ma che le eccessive disillusioni portano ad avanzare - cadrà in prescrizione, sarò il primo a chiedere venia per aver dubitato. Pagherò il mio debito inserendoti nella galleria degli indimenticabili. Per il momento mi limito a considerare la fredda realtà: sei il legittimo vincitore del Tour de France. Per il mito, lasciami ancora un po' di tempo. La storia, si sa, dá torto e dá ragione e se é vero che non hai nulla da nascondere, basta solo aspettare.

sabato 19 luglio 2014

in fila per amore

Il rischio di ripetersi é fatalmente alto, però i tempi suggeriscono ulteriori riflessioni. In nazionale non si stipula un contratto di lavoro: in nazionale si va per gioia, orgoglio, amore (parola grossa, ma necessaria). Se non esistono queste condizioni, l'insistenza si trasforma in pena reciproca. Ci sono giocatori in giro che darebbero un rene per vestire la maglia azzurra ( compreso lo scrivente, anche se ormai fuori dai giochi): forse con minore qualità, ma con maggiore attaccamento. Purtroppo l' ossessione per un risultato di prestigio in una fase storica di vacche magre ( abituati troppo bene forse? ) conduce spesso alla cecità o, peggio, alla volontà di non vedere. Tutti vorremmo ammirare il tricolore alzarsi, ma se ciò non fosse possibile - come purtroppo accaduto negli ultimi anni -, ci accontenteremmo di vedere gente che si sbatte in campo, che gioca rifuggendo da pensieri ricorrenti ad infortuni o alla sacrosanta ( per carità ) necessità di riposo. Non é certo un tiro sbagliato o un passaggio finito male che fa infuriare il popolo nazional-cestista: semmai una corsa lenta, una difesa molle, un rimbalzo facile concesso. In azzurro, più che nei club, visto che esiste libertà di scelta - non imposta da padri padroni padrini, procuratori e affini - il criterio dovrebbe essere chiaro: si mira al giocatore completo, fatto possibilmente di talento, ma anche di cuore, solidità, leadership, esemplarità. I ragazzi/e che vanno al palazzo a tifare, vogliono vedere una sporca dozzina di leoni che si buttano per terra: certo, anche le schiacciate e le bombe, ma in particolare la fierezza di vestire una maglia che solo a pochi eletti é permesso fare. Non sarei nemmeno spietato verso la diserzione: punire non farebbe altro che aumentare attenzioni non meritate e spostare l'accento sulla minaccia a fronte della volontà di scelta. In nazionale, come in qualsiasi rappresentativa a qualsiasi livello, ci si deve andare contenti, e lo si deve vedere dalle facce e dai comportamenti. Perché contenti? Perché c'è una fila fuori ad aspettare e perché c'è un popolo, piccolo o grande che sia, da rispettare e onorare.

sabato 5 luglio 2014

senza illusioni

Una grande piaga si sta abbattendo sullo sport giovanile. Ha dei connotati precisi: senza tanti giri di parole, si chiama illusione. O, meglio, disillusione, che altro non é se non la logica prosecuzione temporale della prima. Non é certo una malattia sconosciuta, ma diffusione e invasivitá negli ultimi tempi sono salite alle stelle e se non si provvede immediatamente a tamponare il fenomeno sono previsti tempi bui per l'agonismo con calo vertiginoso dei praticanti e, conseguentemente, risultati scadenti a livello di vertice. Molte le cause all'origine, in ogni caso ricondotte al comportamento sconsiderato degli adulti, che vedono nelle giovani leve lo strumento ideale per le proprie ambizioni. Tra i primi, procuratori senza scrupoli e poco avveduti, che preferiscono firmare contratti piuttosto che preoccuparsi della formazione tecnica dei giocatori: risultato? molti giovani restano a piedi perché sprovvisti delle abilità necessarie per giocare ad alti livelli. Genitori disposti a tutto - perfino in casi estremi a chiudere un occhio su pratiche illecite - pur di vedere i propri figli entrare nell'Olimpo dello sport italiano, con la conseguenza, quasi certa, che gli esiti non siano mai corrispondenti alle aspettative. Lo squallido panorama mediatico che pur di fare ascolti e lettori ha il grande potere di deformare la realtà scambiando per campioni giocatori di normale levatura. Ma anche tecnici - e mi ci metto anch'io nel grande calderone - pronti a scommettere su futuri talenti con dati troppo approssimativi e provvisori. Società che fanno investimenti su ragazzi ancora teneri strappandoli troppo presto dalle proprie radici trascurando aspetti fondamentali della formazione umana. Tutti quanti, per il bene dello sport e soprattutto dei giovani, dobbiamo fare un grande passo indietro. Estirpare tutte le pressioni innaturali e artificiali e mantenere in vita esclusivamente quelle insite ad una sana competizione che bastano e avanzano da se stesse. Proteggere - qui si che il termine ha un senso, non quello fazioso e controproducente quando i figli hanno torto - in maniera vigorosa i ragazzi da qualsiasi malsana esposizione, da quel mondo sportivo malato e costruito forzosamente che carica di richieste eccessive una mente incapace di rielaborare tensioni e conflitti. I ragazzi non vanno pompati, - soprattutto nella fragilità dei tempi odierni - prima o poi scoppieranno e ci troveremo di fronte ad un abbandono di massa. É sbagliato dire che se ne vanno perché non si divertono: se ne vanno perché sbattono contro un muro. Ma quel muro, volenti o nolenti, siamo stati noi adulti ad innalzarlo.      

sabato 28 giugno 2014

né vincitori né vinti

Né vincitori né vinti. Ha ragione Marco Crespi. Scudetto legittimamente di Milano; moralmente, da assegnare ex aequo. Una bella pagina di sport, una straordinaria storia di pallacanestro. Da scriverci un libro, da farne un film. Da una parte, un gruppo solido e unito di eroi, con l'orgoglio ferito, il cuore grande e le ore contate, che non vuole saperne, insieme alla propria gente, di abbandonare la scena da vittima predestinata. Dall'altra, la necessità di tornare in cima alla vetta per una città e un club che da troppo tempo hanno assaporato illusioni trasformate in cocenti amarezze, tanto da far pensare a una vera maledizione, ad un incantesimo senza via d'uscita. Non é stato facile per Milano togliersi di dosso la paura, la brutta sensazione che la cattiva sorte potesse prevalere nuovamente sulla logica delle forze in campo. Siamo sinceri: non é stata una bella Olimpia. Anzi, in molti casi ci ha fatto vedere un gioco approssimativo, frutto di forzature spesso incomprensibili e dove il gioco corale é stato sacrificato sull'altare del talento individuale. Va dato però merito a questo gruppo, sotto 2-3 e con la necessità di vincere in trasferta, di essersi ricompattato nel momento più importante della stagione, ossia quando il baratro appariva come una realtà palpabile e non più derogabile. Siena ha giocato la pallacanestro migliore, ha usufruito della leggerezza da sfavorita e si é spenta improvvisamente e incolpevolmente nell'ultimo quarto di gara 7: non c'é una spia accesa, non c'é nessun avviso quando il motore umano va in riserva. In una serie lunghissima, la profondità di Milano avrebbe potuto fare la differenza, e così é stato. Ma il fascino vero di questa sfida é stato il profondo rispetto che giocatori, allenatori e anche pubblico - nel limite del lecito - si sono rivolti reciprocamente: tanti ex, da entrambe le parti, eppure nessuna polemica o strascico, nessuna ricerca di tradimenti e vendette. Un' invasione pacifica e sportiva ha decretato la fine dell'incontro. In realtà, chi ha vinto davvero, é la pallacanestro. In uno sport che non ammette il pareggio e nemmeno i rigori, per una volta, potremmo anche fare un'eccezione. A questo punto non può non venire in mente e in soccorso la scena iniziale di Match Point di Woody Allen dove la pallina da tennis colpisce la retina e rimane sospesa in aria con queste parole " chi disse preferisco avere fortuna che talento, percepì l'essenza della vita ". É quello che deve aver pensato Jerrels prima di lasciare la palla all'ultimo secondo. Un tiro, un destino.

mercoledì 25 giugno 2014

scendere a patti



Non voglio addentrarmi nel già abusato ed intricato reticolo di valutazioni tecnico-tattiche. Ci capisco poco di pallacanestro, figurarsi di calcio. C'è però un aspetto della vicenda che intriga e che ha delle implicazioni non solo sportive. Lo sfogo di Buffon, condivisibile o meno, traccia un'inequivocabile frattura intergenerazionale all'interno del gruppo. Può sembrare un atteggiamento bacchettone e scaricabarile: infatti non a tutti é piaciuto, soprattutto al pubblico giovanile che vede in Balotelli l'emblema del giocatore che riesce a conciliare successo e divertimento. Fatto sta che la spedizione é stata fallimentare e che all'origine, oltre ai mille motivi già enunciati dai media nazionali, esiste una vera e propria incomunicabilità fra vecchi e nuovi. Sarebbe stato interessante partecipare, in veste di uditori naturalmente, alla riunione in spogliatoio durante l'intervallo: probabilmente non sarei rimasto sorpreso nello scorgere i senatori, al colmo ormai della pazienza, attorniare il povero commissario tecnico nel tentativo di convincerlo a lasciar fuori la stella - nascente, cadente, mai esplosa? - nel rischio reale di espulsione ( ironia vuole che qualcuno abbia preso in seguito il suo posto ). La morale di questa triste favola, se ci fosse davvero, va ricercata nel tentativo mal riuscito di mettere insieme esperienza ed entusiasmo, genio e sregolatezza, pazienza e freschezza. Ingredienti in apparenza inconciliabili ma che in passato hanno determinato il successo, non solo sportivo, di squadre e gruppi con precisi obiettivi da raggiungere. La ricetta é semplice, almeno a parole: i giovani dovrebbero guardare i vecchi - o meno giovani, così nessuno si offende - come l'esempio da seguire e fidarsi dei consigli di chi ha già percorso un certo tratto di strada. I vecchi dovrebbero guardare i giovani non come una minaccia, ma una risorsa per il cambiamento e il miglioramento della prestazione. Non é solo una sfida calcistica o sportiva, é una sfida planetaria. Se vogliamo la vittoria, a tutti i livelli, dobbiamo scendere a patti: non é un compromesso, é condivisione di differenze.

sabato 14 giugno 2014

non mi piace


Non mi piace. Posso dirlo? Non mi piace questa nuova tendenza all'omologazione. Come se, in nome dei consensi o del potere ricevuto, esista un diritto che legittimi la soppressione del diverso, dell'eccezione, del distinguo. Non mi piace in politica: di quale democrazia parliamo se non possono esistere idee e posizioni fuori dal coro, quale ricorso alla sacralità della coscienza se poi la sintesi non é la faticosa ricerca dell'unione delle differenze, ma l'adeguamento passivo alle volontà della cerchia dominante? Qui non si parla di colori o schieramenti, ma di metodo: l'impressione è che tutti, nessuno escluso, stiano adottando il cosiddetto dentro o fuori, come se la ribellione fosse un virus da eliminare e non una risorsa. Non mi piace nel mondo professionale: questi nuovi dirigenti pubblici, costretti da un'amministrazione in piena crisi a fare terra bruciata intorno. Dove si glorificano i vincitori di premi come i veri e nuovi eroi del lavoro e si abbandonano sulla strada quelli che hanno faticosamente, nascostamente e quotidianamente fatto il proprio dovere rinunciando alla ribalta o a compensi. Non mi piace nemmeno nello sport: come se tutti, come cani segugi, dovessimo dipendere totalmente dalle idee o dalle intuizioni del tecnico emergente o che va per la maggiore. Vedere qualcosa di originale, di creativo, sui campi di calcio, di pallacanestro o altro, oggi é diventata un'impresa titanica. Tutti, o quasi, che giocano nello stesso modo: alla fine, gioco forza, la differenza la fanno i singoli e le giocate fuori spartito. Perché, per quanto si tenti di neutralizzare, comunque e per fortuna la differenza trova sempre il modo di uscire. Tutto questo non mi piace. Posso dirlo?