Né vincitori né vinti. Ha ragione Marco Crespi. Scudetto legittimamente di Milano; moralmente, da assegnare ex aequo. Una bella pagina di sport, una straordinaria storia di pallacanestro. Da scriverci un libro, da farne un film. Da una parte, un gruppo solido e unito di eroi, con l'orgoglio ferito, il cuore grande e le ore contate, che non vuole saperne, insieme alla propria gente, di abbandonare la scena da vittima predestinata. Dall'altra, la necessità di tornare in cima alla vetta per una città e un club che da troppo tempo hanno assaporato illusioni trasformate in cocenti amarezze, tanto da far pensare a una vera maledizione, ad un incantesimo senza via d'uscita. Non é stato facile per Milano togliersi di dosso la paura, la brutta sensazione che la cattiva sorte potesse prevalere nuovamente sulla logica delle forze in campo. Siamo sinceri: non é stata una bella Olimpia. Anzi, in molti casi ci ha fatto vedere un gioco approssimativo, frutto di forzature spesso incomprensibili e dove il gioco corale é stato sacrificato sull'altare del talento individuale. Va dato però merito a questo gruppo, sotto 2-3 e con la necessità di vincere in trasferta, di essersi ricompattato nel momento più importante della stagione, ossia quando il baratro appariva come una realtà palpabile e non più derogabile. Siena ha giocato la pallacanestro migliore, ha usufruito della leggerezza da sfavorita e si é spenta improvvisamente e incolpevolmente nell'ultimo quarto di gara 7: non c'é una spia accesa, non c'é nessun avviso quando il motore umano va in riserva. In una serie lunghissima, la profondità di Milano avrebbe potuto fare la differenza, e così é stato. Ma il fascino vero di questa sfida é stato il profondo rispetto che giocatori, allenatori e anche pubblico - nel limite del lecito - si sono rivolti reciprocamente: tanti ex, da entrambe le parti, eppure nessuna polemica o strascico, nessuna ricerca di tradimenti e vendette. Un' invasione pacifica e sportiva ha decretato la fine dell'incontro. In realtà, chi ha vinto davvero, é la pallacanestro. In uno sport che non ammette il pareggio e nemmeno i rigori, per una volta, potremmo anche fare un'eccezione. A questo punto non può non venire in mente e in soccorso la scena iniziale di Match Point di Woody Allen dove la pallina da tennis colpisce la retina e rimane sospesa in aria con queste parole " chi disse preferisco avere fortuna che talento, percepì l'essenza della vita ". É quello che deve aver pensato Jerrels prima di lasciare la palla all'ultimo secondo. Un tiro, un destino.
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