Non mi piace. Posso dirlo? Non mi piace questa nuova tendenza all'omologazione. Come se, in nome dei consensi o del potere ricevuto, esista un diritto che legittimi la soppressione del diverso, dell'eccezione, del distinguo. Non mi piace in politica: di quale democrazia parliamo se non possono esistere idee e posizioni fuori dal coro, quale ricorso alla sacralità della coscienza se poi la sintesi non é la faticosa ricerca dell'unione delle differenze, ma l'adeguamento passivo alle volontà della cerchia dominante? Qui non si parla di colori o schieramenti, ma di metodo: l'impressione è che tutti, nessuno escluso, stiano adottando il cosiddetto dentro o fuori, come se la ribellione fosse un virus da eliminare e non una risorsa. Non mi piace nel mondo professionale: questi nuovi dirigenti pubblici, costretti da un'amministrazione in piena crisi a fare terra bruciata intorno. Dove si glorificano i vincitori di premi come i veri e nuovi eroi del lavoro e si abbandonano sulla strada quelli che hanno faticosamente, nascostamente e quotidianamente fatto il proprio dovere rinunciando alla ribalta o a compensi. Non mi piace nemmeno nello sport: come se tutti, come cani segugi, dovessimo dipendere totalmente dalle idee o dalle intuizioni del tecnico emergente o che va per la maggiore. Vedere qualcosa di originale, di creativo, sui campi di calcio, di pallacanestro o altro, oggi é diventata un'impresa titanica. Tutti, o quasi, che giocano nello stesso modo: alla fine, gioco forza, la differenza la fanno i singoli e le giocate fuori spartito. Perché, per quanto si tenti di neutralizzare, comunque e per fortuna la differenza trova sempre il modo di uscire. Tutto questo non mi piace. Posso dirlo?

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