Ci ha fatto comodo, per molti anni, indicare nel calcio e nel padrino di tutti i dirigenti, Luciano Moggi, il male che attanaglia lo sport. Abbiamo pensato, ingenuamente, che la nostra disciplina sportiva, per attitudine e concetto, potesse rimanere immune da certi comportamenti criminosi. Non é così: se non ci sarà un innesto di legalità e responsabilità la pallacanestro italiana é destinata inesorabilmente alla deriva e nessuno potrà tirarsene fuori. La cultura della vittoria a tutti i costi ci ha portato a drogare i bilanci e a fare passi più lunghi della gamba: se non c'è disponibilità, si fa con quel che si ha, magari ripartendo dai giovani, come tante società coraggiosamente hanno fatto. Concorrenza sleale - sebbene in forma legalmente riconosciuta - é un concetto che tocca non solo i vertici del movimento: basti pensare a chi fa reclutamento giovanile in tutta Italia o anche all'estero, grazie a forza politica ed economica, spopolando realtà che faticano a crescere. Nessuno dubita sulle qualità di questi club che hanno organizzazione, tecnici preparati e progetto ad ampio respiro: dico solo che dovrebbero essere premiate e riconosciute quelle società, che con pochi mezzi, ottengono grandi risultati esclusivamente con atleti del proprio territorio. Sono giornate tristi per la pallacanestro: tutti quanti abbiamo ammirato le imprese di Siena, lo spirito di gruppo, la coesione, la forza vincente. Quelle immagini ora sono sfuocate, per sempre.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
venerdì 9 maggio 2014
immagini sfuocate
Quel che ha fatto Minucci é inqualificabile e imperdonabile. A me, che frequento palestre sconosciute e di confine, interessa relativamente il danno subito dai club concorrenti. Mi interessa l'immagine dello sport che amo e al quale ho dedicato gran parte del mio tempo e del mio cuore. Mi interessano i bambini e le bambine che si appassionano alla pallacanestro: a loro devo poter dire che l'ambiente è pulito, che i sogni dipendono dagli sforzi, che il risultato finale di qualsiasi gara é quello giusto, che nello sport vince chi merita e non chi fa il furbo. Non voglio e non accetto di far parte di questo mondo malato: il solo fatto che Minucci fosse il candidato ideale della lega basket é in sé aberrante e incomprensibile. E non possiamo sbrigatamente dire che il problema non ci tocca, che la pallacanestro di base non ha niente a che fare con il marciume di questi giorni.
venerdì 2 maggio 2014
senza sale
La cultura della vittoria rischia di sterminare le nuove generazioni che si avvicinano allo sport. Detto da uno che darebbe qualsiasi organo del corpo per vincere può sembrare una clamorosa presa per i fondelli. Non é così: sono serviti più di trent'anni per capire che un giocatore vale più di cento trofei alzati e che un titolo, a qualsiasi livello, non merita sacrifici sull'altare. Fin dai primi anni si impara nostro malgrado che ciò che conta é il successo ed arrivare primi: tutto il resto - il gusto della competizione con se stessi e con gli altri, la ricerca del proprio limite, il piacere di mettersi alla prova, la verifica dei progressi fatti - passa inesorabilmente in secondo piano. Si fa gran rumore sui rischi della selezione precoce, poi giriamo qualsiasi canale e troviamo provetti cantanti, cuochi, modelle o ballerini che si sgozzano a vicenda pur di salire in cima: noi, morbosi spettatori, seduti comodi di fronte alla crudele arena televisiva, per dissetare la voglia di sensazioni forti, ci dimentichiamo del pudore, del limite, della dignità. Qualcuno deve cominciare. Qualcuno deve avere il coraggio di dire no a tutto questo e ribellarsi. Deve dire e convincere i ragazzi, soprattutto gli adulti, ( impresa più ardua ), che vincere e perdere sono componenti essenziali e complementari per una sana crescita attraverso lo sport: due facce della stessa medaglia. Perdere non é qualcosa di cui aver paura: perdere é qualcosa che succede. L'alternanza tra vittoria e sconfitta, almeno fino ad una certa età, dovrebbe costituire la normalità delle cose. Se un ragazzo cresce con l'idea che la sconfitta é un evento possibile, avrà un rapporto con lo sport sereno e passionale. Anche i campioni perdono e non esistono invincibili: figurarsi durante i primi passi, quando il piacere dovrebbe essere l'unica componente in gioco. Risse sugli spalti, insulti gratuiti, aspettative eccessive, illusioni e delusioni: non dobbiamo trasformare ciò che é naturalmente competitivo in un campo di battaglia. I ragazzi vogliono vincere, come é giusto che sia: ma una sconfitta, gestita bene, può diventare più importante di mille vittorie. Se lo sport, che é in se felicità e godimento, deve diventare fonte d'ansia e di preoccupazione, c'è qualcosa nel meccanismo che non funziona. Soprattutto se a pagarne le conseguenze sono giovani atleti. Lo sport é vita, con annessi e connessi: basta a se stesso, non serve aggiungere sale.
domenica 27 aprile 2014
il settimo giorno
In sei giorni, almeno nei racconti sacri, é stato creato il mondo e tutto ciò che contiene. Anche noi, in meno di una settimana, abbiamo provato tutto, trascorso una vita intera in miniatura. Disperazione e sollievo, lacrime di dolore e di gioia, inferno e paradiso, trambusto e liberazione. Come se avessimo fatto un corso accelerato sull'esistenza. Siamo passati dal baratro alla resurrezione del terzo giorno. Dalla ricaduta al riscatto finale. Davvero lo sport é la metafora della vita. Non si finisce mai di imparare: abbiamo capito che per raggiungere un obiettivo non si può lasciare nessuno indietro e che la fiducia reciproca é la chiave della vittoria. Non c'é solo pallacanestro: ci sono sorrisi, incomprensioni a volte, sguardi che chiedono attenzione, parole che spezzano il cuore ma che possono anche chiudere le ferite. Ci siamo fatti male ma ci siamo fatti anche del bene. Abbiamo vissuto tutto questo. E non ci sono dubbi: siamo tornati migliori di quando siamo partiti. E più uniti. Per tutto questo, grazie a tutti. E vide che era cosa buona. Così il settimo giorno si riposó.
sabato 19 aprile 2014
accorciare le distanze
Se penso a quell'uomo - non solo uomo, almeno per chi crede - abbandonato dai suoi amici più cari, offeso, bastonato, appeso, non posso evitare di considerare quanto sia ridicolo al confronto il dolore che dobbiamo provare quotidianamente. Perché di dolore, malgrado tutto, si tratta: quando non siamo riconosciuti, gratificati, compresi, rispettati. Quando l'armonia é sopraffatta dalla malvagità. Di quella malvagità di cui siamo vittime, ma purtroppo spesso anche complici, magari più o meno inconsapevolmente. Ma la sofferenza sul calvario é un'altra cosa, é paragonabile solo al martirio: ci vogliono uomini e donne speciali, di grande umanità, dono di cui, al momento, pochi di noi - non certo chi scrive - ne sono in possesso. C'é chi ha dato la vita per gli altri e noi ci offendiamo per un saluto non dato, un grazie non ricevuto, delle scuse mancate. Pasqua é anche questo: riconoscere la distanza enorme che ci separa dai giganti della storia. In fondo, la lotta contro la barbarie é solamente dentro di noi. Ciò che vediamo non é altro di ciò che siamo. Altri, questa battaglia, l'hanno vinta: dobbiamo solo seguirne l'esempio. Dobbiamo solo accorciare le distanze.
venerdì 11 aprile 2014
scegliere
Scegliere é soffrire. Sai cosa prendi, ma anche cosa lasci. Ti riempi e ti svuoti allo stesso tempo. Scegliere é rischiare. Fai la cosa giusta e quella sbagliata. Scegliere non va di moda: meglio rimandare, far decidere altri, meglio aspettare. Gli animali agiscono, per questo stanno spesso, maltrattamenti a parte, meglio di noi. Scegliere é ruminare, ripensare alle cose perse: non bisognerebbe voltarsi indietro, ma ne siamo fatalmente attratti. Guardando a ciò che non abbiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo. Per questo scegliere ci rende infelici. Dovremmo accontentarci, ma non ne siamo capaci. Scegliere può far male: le nostre azioni hanno sempre una conseguenza. Chi ha responsabilità, deve scegliere. E non può accontentare tutti. Per questo ogni scelta, anche volta al bene, inevitabilmente crea dolore. Scegliere é necessario: sarebbe più comodo farne a meno, ma ogni maledetto secondo siamo costretti ad aprire una porta e chiuderne un'altra. Scegliere é umano, per questo capita molto spesso di sbagliare. Non é un peccato sbagliare, semmai non saperci perdonare. Vivremmo tutti meglio se fossimo consapevoli dei nostri errori e se imparassimo a sopportarli a vicenda. Come una squadra vincente, dove la stravaganza di ognuno da debolezza si trasforma in forza. Scegliere: non dobbiamo aver paura.
giovedì 3 aprile 2014
rispetto, grazie
I burocrati hanno colpito ancora. Pensavo ingenuamente ad un pesce d'aprile, invece si é dimostrata assurda verità. Nella complessa ed insaziabile mania di protagonismo, hanno inventato una nuova arma letale: il certificato penale. In soldoni, chiunque ha a che fare con minori, in ambito sportivo, deve avere la fedina pulita e deve soprattutto dimostrarlo. Invenzione geniale. Naturalmente, in allegato, marche da bollo salate. Faccio alcune considerazioni a caldo: chi è stato pulito fino adesso sarà per sempre pulito? E chi si è sporcato, sta girando minacciosamente per le società sportive di tutta la penisola? Che mi risulti, esistono casi isolati e identificabili: dobbiamo per forza mettere in subbuglio decine di migliaia di associazioni sportive? Ciò che muove la legislazione in Italia é da sempre il principio di presunzione: presumo che tu possa essere un evasore, un ladro, un bugiardo, un pedofilo. Mai che si possa pensare all'opera benemerita di tanti sodalizi che in mezzo a migliaia di ostacoli costituiscono una goccia preziosa e insostituibile nel mare, spesso ambiguo, delle proposte formative per bambini e ragazzi. Anche questa sembra una bella operazione per raccattare denaro facile: é necessario muovere tutti gli operatori educativi in Italia quando sono riconoscibili quei pochi - per fortuna - che hanno commesso abusi nei confronti di minori? É altamente offensivo e indegno che una persona per bene debba dimostrare la propria estraneità a fatti ignobili. Il mondo dello sport, già pesantemente minacciato, rischia di trovarsi un'altra tegola sulla testa: invece di aiutare e semplificare le procedure, si perpetua in atteggiamenti vessatori e penalizzanti. Del resto, in Italia, lo sport é da sempre considerato, malgrado le parole di circostanza, la ruota di scorta del processo formativo. Non ci siamo ancora sbarazzati del tutto delle scorie intellettualistiche di crociana memoria che vogliono l'attenzione per il corpo una pericolosa tendenza da fermare. Mi dispiace, signori dello sport, qua non si tratta solamente di deroghe o di interpretazioni: qua si tratta di principi che devono essere difesi. Non mi metterò a 53 anni dopo 35 di onorata e, a volte, un po' meno, carriera, a difendere la mia innocenza. Di errori ne ho commessi molti, come molti dei miei colleghi, ma ciò non ci rende colpevoli. Molti di noi hanno speso una vita tra i minori: non chiediamo molto, forse un po' di rispetto. Riconoscenza é troppo.
venerdì 7 marzo 2014
lecito illecito
" Due mesi di ritardo non sono una tragedia ed é una situazione generalizzata anche nel calcio ". Parole pronunciate dal Presidente Federale Petrucci in margine alla situazione di Montegranaro, insolvente verso giocatori e tecnici. Se le avessi dette io o qualsiasi altro servo della gleba, sarebbero scivolate via senza lasciare traccia. Dette però dal massimo esponente politico della pallacanestro italiana, hanno un effetto dirompente e, francamente, discutibile. É come se Napolitano dicesse agli operai che non percepiscono lo stipendio: suvvia, signori, non è la fine del mondo aspettare qualche mese, gli italiani hanno sempre mille risorse! Trovo inopportuno giustificare un atto illecito da parte dei vertici istituzionali, soprattutto far sembrare normale una situazione che non ha nulla di tutto ciò. Che sia generalizzata a tutti i livelli, é purtroppo cosa conosciuta a tutti: non c'è da stare allegri, lo sport sta lentamente morendo. Più precisamente, lo sport professionistico: troppi costi, troppe incombenze, troppi rischi. Chiunque oggi investe nello sport di alto livello é in sostanza un benefattore: resistono ancora le società di base dilettantistiche, che si reggono sul rassicurante equilibrio entrate uscite, dove per entrate si intendono le quote degli associati e per uscite i rimborsi degli operatori. Non é un mistero che oggi sia più conveniente e sicuro lavorare nelle piccole società: gestione oculata, pochi soldi ma puntuali. Quando il signor Armani, encomiabile nella persistenza, troverà altri motivi ed interessi per investire - investire? - anche Milano tornerà nell'ombra, come é già successo per molti altri. C' é del vero nel considerare ricco di privilegi chi vive di pallacanestro: non è da tutti, me compreso, campare di ciò che piace. Spesso però ci si dimentica dell'altra faccia della medaglia: per giocar a certi livelli ci si deve allenare duramente e chi regge il timone é sottoposto a pressioni non indifferenti. I professionisti sono lavoratori a tutti gli effetti: non si capisce perché in questo caso aspettare sia lecito, mentre in altri viene considerato reato. La congiuntura economica ha seminato morte, sport compreso. Tutti si rendono conto delle difficoltà in cui ci si trova ad operare. Ma mai e poi mai ci si dovrebbe rassegnare al corso degli eventi, né tantomeno giustificare le società che non agiscono correttamente. Se non si è in grado di assolvere agli impegni presi, meglio chiudere. Non esiste peggior reato di una promessa non mantenuta. Come dice giustamente Recalcati, non è solo e tanto questione di denaro. C'è chi ne ha già guadagnato abbastanza. É questione di dignità. Non c'è nulla di più umiliante che vedere la propria dedizione non riconosciuta.
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