La cultura della vittoria rischia di sterminare le nuove generazioni che si avvicinano allo sport. Detto da uno che darebbe qualsiasi organo del corpo per vincere può sembrare una clamorosa presa per i fondelli. Non é così: sono serviti più di trent'anni per capire che un giocatore vale più di cento trofei alzati e che un titolo, a qualsiasi livello, non merita sacrifici sull'altare. Fin dai primi anni si impara nostro malgrado che ciò che conta é il successo ed arrivare primi: tutto il resto - il gusto della competizione con se stessi e con gli altri, la ricerca del proprio limite, il piacere di mettersi alla prova, la verifica dei progressi fatti - passa inesorabilmente in secondo piano. Si fa gran rumore sui rischi della selezione precoce, poi giriamo qualsiasi canale e troviamo provetti cantanti, cuochi, modelle o ballerini che si sgozzano a vicenda pur di salire in cima: noi, morbosi spettatori, seduti comodi di fronte alla crudele arena televisiva, per dissetare la voglia di sensazioni forti, ci dimentichiamo del pudore, del limite, della dignità. Qualcuno deve cominciare. Qualcuno deve avere il coraggio di dire no a tutto questo e ribellarsi. Deve dire e convincere i ragazzi, soprattutto gli adulti, ( impresa più ardua ), che vincere e perdere sono componenti essenziali e complementari per una sana crescita attraverso lo sport: due facce della stessa medaglia. Perdere non é qualcosa di cui aver paura: perdere é qualcosa che succede. L'alternanza tra vittoria e sconfitta, almeno fino ad una certa età, dovrebbe costituire la normalità delle cose. Se un ragazzo cresce con l'idea che la sconfitta é un evento possibile, avrà un rapporto con lo sport sereno e passionale. Anche i campioni perdono e non esistono invincibili: figurarsi durante i primi passi, quando il piacere dovrebbe essere l'unica componente in gioco. Risse sugli spalti, insulti gratuiti, aspettative eccessive, illusioni e delusioni: non dobbiamo trasformare ciò che é naturalmente competitivo in un campo di battaglia. I ragazzi vogliono vincere, come é giusto che sia: ma una sconfitta, gestita bene, può diventare più importante di mille vittorie. Se lo sport, che é in se felicità e godimento, deve diventare fonte d'ansia e di preoccupazione, c'è qualcosa nel meccanismo che non funziona. Soprattutto se a pagarne le conseguenze sono giovani atleti. Lo sport é vita, con annessi e connessi: basta a se stesso, non serve aggiungere sale.
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