Davanti a risultati "tanti a pochi" c'é bisogno di tatto e moderazione. Non é detto che i vincenti siano sanguinari e che i perdenti siano vittime innocenti. Nello sport la regola tacita, condivisa ovunque, impone che ciascun atleta esprima il massimo di sé durante la competizione. É certamente riprovevole perdere volontariamente per trarne conseguente beneficio, non certo vincere con grande distacco anche se puó comportare una certa frustrazione nei battuti. Un allenatore non puó dire ai propri giocatori di non impegnarsi: puó trovare espedienti didattici, ad esempio vincolarli a tirare solo da lontano oppure difendere a partire da metá campo. Può tenere in panchina i migliori e far giocare gli altri, ma non può certamente chiedere di non sudare o di sbagliare intenzionalmente. Allo stesso tempo, puó essere utile perdere pesantemente. Non é vero che prendere una bastonata sia necessariamente umiliante o dannoso. Giocare contro i migliori significa misurarsi ai massimi livelli: sta all'allenatore far capire ai propri giocatori che la sconfitta, anche se notevole, é solo un punto di partenza e non d'arrivo. Per assurdo, non ho difficoltá ad affermare che una partita non equilibrata porti maggiore vantaggio ai meno forti. Quando giocavo a carte con mio padre, la piú grande umiliazione consisteva nel lasciarmi vincere: preferivo perdere cento volte, ma quando vincevo ero certo di essermelo meritato. Quando i ragazzi che hanno subito una batosta vinceranno - e prima o poi succederá - sará gioia vera e incontenibile perché figlia di sacrifici e conquiste. Non sempre chi vince di 100 punti a 13 anni avrá un futuro assicurato. Parimenti, non ho ancora visto ragazzi smettere di giocare per aver perso di 100 punti. Non dico che sia normale, ma sono cose che possono succedere: l'importante é dare la giusta dimensione. E questo dipende in genere dagli adulti, perché i ragazzi, dieci minuti dopo la partita - per fortuna - son giá che pensano ad altro.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
sabato 17 novembre 2012
martedì 13 novembre 2012
lo sport é morto?
Voce che grida nel deserto. Non é il Battista, semmai Sandro Donati, ex sprinter di discreto livello, attuale membro della Wada, l'agenzia mondiale che si occupa del doping. Il suo ultimo libro, edito da Gruppo Abele, "lo sport del doping", é una denuncia documentata e senza mezzi termini del sistema corrotto e marcio dello sport di alto livello. Secondo l'autore, negli sport di forza e di resistenza nessun atleta olimpionico é pulito: si salvano le specialitá - con beneficio di dubbio - dove la destrezza e la coordinazione hanno un valore determinante ( scherma, tuffi, tiro ). L'aspetto piú inquietante é un altro: le istituzioni sportive, attraverso dirigenti omertosi e compiacenti, hanno favorito l'espansione del fenomeno quando avrebbero dovuto tutelare la salute degli atleti. Il comandante dei Nas, generale Piccinno, in occasione della presentazione del libro, ha denunciato un mercato del doping, in mano ad associazioni malavitose, che sta raggiungendo gradualmente le dimensioni di quello della droga. Il quadro é desolante: chi glielo dice ai nostri giovani atleti che il loro idolo é un imbroglione? Chi ci torna indietro le medaglie e i titoli vinti immeritatamente? E i titoloni sui giornali e le celebrazioni televisive? Di chi ci possiamo fidare? Come allenatore ho sempre e solo creduto nel valore della fatica e nell'etica del lavoro in palestra: ho sempre visto di malocchio perfino i semplici integratori idrosalini. Madre Natura ci ha dato l'acqua, ingrediente essenziale e piú che sufficiente. I nostri vecchi ci parlavano sempre di " polenta e formaio " per diventare piú grandi e piú forti. Oggi dicono che senza aiuto non é possibile per nessuno resistere 20 giorni in sella a 40 di media. Amstrong, il ciclista, idolatrato dai media fino alla nausea, é stato cancellato come se non fosse mai esistito: solo adesso ci siamo accorti? Quanto facevano comodo le sue vittorie? Come mai il marcio salta fuori anni dopo e solo dopo testimonianze di altre atleti? Se per essere puliti occorre rinunciare alle medaglie e ai trofei, ben vengano delusioni e sconfitte a raffica. La prossima volta staró attento: guarderò il medagliere a testa in giú.
venerdì 9 novembre 2012
la giusta distanza
" Gli orfani sono le reclute migliori ". Sono le ultime parole di M, capo di 007, prima di morire fra le braccia del nostro eroe. " La mia squadra ideale è formata da 10 orfani ": famosa uscita di Bobby Knight, grande e chiacchierato allenatore della NCAA. il concetto é identico e, onestamente, a prima vista risulta non poco discutibile. Essere privi dell'affetto e della presenza dei genitori non é certo un privilegio, semmai una condanna. Ovviamente ci troviamo di fronte ad una forzatura, ad un linguaggio diretto e colorito che, nella sua crudezza, nasconde comunque un filo di incontestabile verità. Spesso i genitori, inconsapevolmente o meno, creano dei danni irreparabili. Parlo di ció che conosco, quindi di sport. La presenza eccessiva ed ossessiva é deleteria per diversi motivi: i ragazzi sono portati a pensare che fare sport risulti gratificante non per sé stessi ma per i propri genitori; inoltre, i giovani atleti sono perennemente condannati a soddisfare le aspettative degli adulti. Questo é in assoluto il vero motivo degli abbandoni precoci: quando la spinta della famiglia viene meno, i figli non sono in grado da soli di trovare le motivazioni per continuare a fare sacrifici. Ci sono altre controindicazioni: quando un genitore svaluta la capacitá professionale dell'allenatore in presenza del figlio, pubblicamente o fra le quattro mura di casa, non fa altro che mettere in estrema difficoltá l'atleta in erba che diventa vittima innocente del gioco al massacro. Ci vorrebbe la giusta distanza, il rispetto dei ruoli, la fiducia reciproca. Spesso, invece, si assiste allo svilente e inesorabile spettacolo dell'orrore dove il piccolo atleta viene triturato dall'invadenza e superbia degli adulti. L'allenatore non dovrebbe mai punire un giocatore per colpe che non ha commesso: é altresì vero che i veri responsabili non sono perseguibili. " Voi potrete sforzarvi di essere come loro (i figli), ma non tentate di renderveli simili ": la pallacanestro non era ancora nata ai tempi di Gibran, ma la sensazione é che ci vedesse lungo.
sabato 27 ottobre 2012
noi
Noi.
Noi che ci buttiamo nel vuoto senza paracadute. Che corriamo senza freni.
Noi che non riusciamo a stare zitti, che non impariamo mai a tacere.
Noi che diciamo sempre la veritá o, meglio, che non riusciamo a dire bugie.
Noi che non sappiamo mai dire di no e ci pentiamo un attimo dopo.
Noi che usiamo il sale al posto del miele.
Noi un libro aperto scritto con caratteri grandi. Noi inconfondibili.
Noi che non sappiamo perdere e, spesso, nemmeno vincere.
Noi che facciamo piangere e che piangiamo di nascosto.
Noi cattivi per amore e buoni per odio. Noi troppo orgogliosi.
Noi duri fuori e teneri dentro, mani fredde cuore caldo.
Noi perennemente scontenti. Noi romantici.
Noi senza speranza di salvezza, pessimisti cosmici.
Noi eroi un giorno e martiri un anno. Noi e nessun altro.
Noi.
martedì 23 ottobre 2012
cuore che vince
Chiamasi partecipazione. Senso di appartenenza. Con una parola grossa, amore. Non si va in millecinquecento a vedere una partita di promozione se non é amore. Questa é Treviso, risorta dalle sue stesse ceneri. Una città ferita, ma non distrutta. Con un progetto, una speranza, una voglia matta di riscatto. Giovani e vecchi insieme per risalire la china e tornare quelli di prima. Gli under 19 con Pittis e Coldebella e con un allenatore di sicura affidabilitá , Goran Bjedov, che ha accettato la sfida. È nelle difficoltà che ci si stringe e si fa quadrato: nell'abbondanza spesso ci si divide. C'é qualcosa oltre il denaro che puó muovere le persone verso traguardi impensati: una storia, un' identitá , un'anima. Ci sono stadi vuoti e palazzetti che non riescono a contenere tutti. Per una volta, la macchina mediatica perde il confronto con la passione e l'attaccamento. Non é la serie A, non sono i grandi giocatori: una volta tanto é il cuore a vincere.
mercoledì 17 ottobre 2012
male incurabile
Non mi sottraggo. Faccio parte della schiera che si nutre volentieri di vittorie e di sconfitte altrui. Non c'é da vergognarsi: nessuno ama perdere, nemmeno il nipotino che gioca a carte con il nonno quasi orbo e mezzo sordo. Non esiste medicina piú dolce della vittoria e piú amara della sconfitta. Possiamo rifarci al conte De Coubertin quante volte vogliamo, ma l'istinto rimane la prevaricazione, non certo la sottomissione. I bambini, i piú innocenti, sono i primi ad odiare la sconfitta: si puó cercare di attenuare il dolore pescando nel ricco mare degli alibi, ma nessuno piú dei piccoli sa fare bene i conti con i numeri. C'é chi ha fatto di piú e chi meno, la realtá é purtroppo immutabile. Quando giocavo con mio padre a ruba mazzetto non sopportavo la canzoncina provocatoria che accompagnava il gesto del furto e aspettavo con ansia il momento di riprendermi ció che mi era stato tolto. Siamo fatti per competere, per gioire e per piangere. La felicitá spesso si accompagna alla disperazione altrui e viceversa. Impariamo nel tempo a digerire e metabolizzare: ció non significa che diventiamo insensibili alle prestazioni. Semmai, rispetto ai bambini, ingoiamo maggiormente facendoci dei danni quasi irreparabili. Chi piange, in fondo, butta fuori di sé il dolore ed é come svuotato da possibili minacce. Chi assorbe e rumina, spesso non si rende nemmeno conto di quanto male accumuli e dispensi intorno. Non consiglio a nessuno - i miei familiari ne sono a conoscenza - di starmi vicino nelle ore immediate ad una sconfitta. Invidio i miei giocatori uscire sorridenti dagli spogliatoi: per me in genere comincia una brutta serata. Sotto sotto, siamo tutti giocatori d'azzardo che usano soldi falsi per rifarsi al gioco. Se fossimo sicuri di vincere, non ci sarebbe nemmeno gusto - a parte i corrotti ai quali piace "vincere" facile. Non esistono sconfitte dolci: ringrazio i gentiluomini e le gentil donne che spesso non risparmiamo complimenti anche quando si perde, ma farei volentieri cambio. Qualche insulto per una vittoria in piú: impagabile!
domenica 7 ottobre 2012
w bologna
Bologna mi piace. La Virtus mi piace. Mezza squadra sotto i vent'anni. Ci vuole coraggio, un bravo allenatore con vocazione formativa e un presidente - stravagante quanto si vuole - che investe sui giovani. Una squadra fatta non solo per partecipare ma per provare a vincere. A dimostrazione che la linea verde può anche dare buoni risultati. Moraschini, Imbrò, Fontecchio, Landi, Vitali: giocatori locali o raccolti in giro, fatti crescere in uno dei vivai migliori d'Italia con allenatori di primissima qualitá, Giordano Consolini in primis. Non sono di fede virtussina, ma questo progetto mi affascina perché va nella direzione giusta. Con la difficoltá di reperire risorse e, di conseguenza, persa la competitivitá in Europa - con unica eccezione Armani che continua a dissanguarsi - l'unica scelta possibile ed intelligente é puntare sui giovani talenti italiani. Negli altri paesi si fa giá da molto tempo, speriamo che la crisi economica - non tutti i mali - spinga molte societá di vertice ad invertire la rotta ed usare in modo sapiente i pochi denari a disposizione. In Turchia e Russia, ad esempio, hanno imposto la presenza in campo di almeno due connazionali: non é forse la scelta migliore, ma almeno é un tentativo di sviluppo del prodotto locale. I nostri giovani sono condannati spesso a scaldare le panchine o abbassarsi di categoria per giocare: l'eccessiva pressione sugli allenatori é la condanna a morte della pallacanestro italiana. Ora che la nazionale ha ripreso quota, occorre diventare egoisti e lungimiranti: ok Marconato, Bulleri e Basile, colonne indiscusse di ieri, ma se esistono due palanche da buttare non ci dovrebbe essere alcun dubbio.
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