"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

lunedì 12 settembre 2016

una rete in sorte

Eccezione alla regola. Costretto dalle mie fissazioni malate ad un profilo basso, ho tenuto fino ad ora la tromba dentro la custodia. Il caso Schwazer mi ha allontanato e raffreddato da facili celebrazioni di imprese ed eroi olimpici: un crimine sportivo sopra il quale si è continuato bellamente a ballare. Del resto, se nella città dei fiori di fronte ad un vero suicidio si è andati avanti con lo spettacolo, figurarsi davanti ad un ex dopato con smania di rivincita. Giada Rossi fa eccezione. Non tanto e non solo in quanto conterranea. La sua è una straordinaria - e al tempo stesso ordinaria - storia di redenzione. Che va raccontata. Di chi ha avuto dal destino una schiena spezzata, ma anche una ferocia e voglia di lottare fuori dal comune. È sufficiente osservarla - quando la Rai ce lo permette - con la racchetta in mano per capire: smorfie, esultanze, sbuffi, pugni chiusi, occhiatacce. Un vulcano in continua eruzione, un concentrato di mille emozioni racchiuso in pochi scambi decisivi. In tre parole: furore agonistico estremo. Alla faccia di chi pensa che alle paraolimpiadi si giochi per partecipare o si partecipi per gioco. D'altronde, come sarebbe possibile scherzare dopo anni passati in clinica, tra operazioni e strumenti ortopedici, riabilitazione e solitudine. Come sarebbe possibile lamentarsi per le temperature, gli alberghi, gli stipendi, i trasporti, come fanno gli atleti considerati normali. Giada si è trovata al bivio: mettere la rabbia - perché di questo si tratta - al servizio di messer vittimismo, oppure usarla per inseguire i propri sogni. Ha scelto la seconda via. Sognava di diventare campionessa di pallavolo: lo è diventata nel ping pong. In fondo, c'è sempre una rete di mezzo. Una rete in comune. Una rete in sorte.

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