Eccezione alla regola. Costretto dalle mie fissazioni malate ad un profilo basso, ho tenuto fino ad ora la tromba dentro la custodia. Il caso Schwazer mi ha allontanato e raffreddato da facili celebrazioni di imprese ed eroi olimpici: un crimine sportivo sopra il quale si è continuato bellamente a ballare. Del resto, se nella città dei fiori di fronte ad un vero suicidio si è andati avanti con lo spettacolo, figurarsi davanti ad un ex dopato con smania di rivincita. Giada Rossi fa eccezione. Non tanto e non solo in quanto conterranea. La sua è una straordinaria - e al tempo stesso ordinaria - storia di redenzione. Che va raccontata. Di chi ha avuto dal destino una schiena spezzata, ma anche una ferocia e voglia di lottare fuori dal comune. È sufficiente osservarla - quando la Rai ce lo permette - con la racchetta in mano per capire: smorfie, esultanze, sbuffi, pugni chiusi, occhiatacce. Un vulcano in continua eruzione, un concentrato di mille emozioni racchiuso in pochi scambi decisivi. In tre parole: furore agonistico estremo. Alla faccia di chi pensa che alle paraolimpiadi si giochi per partecipare o si partecipi per gioco. D'altronde, come sarebbe possibile scherzare dopo anni passati in clinica, tra operazioni e strumenti ortopedici, riabilitazione e solitudine. Come sarebbe possibile lamentarsi per le temperature, gli alberghi, gli stipendi, i trasporti, come fanno gli atleti considerati normali. Giada si è trovata al bivio: mettere la rabbia - perché di questo si tratta - al servizio di messer vittimismo, oppure usarla per inseguire i propri sogni. Ha scelto la seconda via. Sognava di diventare campionessa di pallavolo: lo è diventata nel ping pong. In fondo, c'è sempre una rete di mezzo. Una rete in comune. Una rete in sorte.
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