Anche se già detto e ridetto, non ringrazieremo mai abbastanza chi ha organizzato le finali giovanili a Pordenone. Chi ci ha messo le testa ma, soprattutto, le braccia. Ore tolte al sonno per consentire a tutti - gratuitamente - di accedere allo spettacolo. Sentendo gli allenatori, ho colto riconoscenza e gradimento: una volta tanto la città ha dato buona immagine di se, significa che é possibile, che non tutto è da buttare. Per una settimana capitale della pallacanestro italiana: ci sarebbe piaciuto vedere in campo una squadra locale, quantomeno regionale, ma la speranza é l'ultima a morire, ci sarà tempo per tornare in auge. Intanto é buono e giusto accontentarsi della partita a cui abbiamo assistito per l'assegnazione dello scudetto: spalti gremiti, squadre ben allenate, giocatori interessanti, punteggi alti. Forse è troppo presto per cantare vittoria, ma dopo anni di gioco conservativo dove la posta in palio ha avuto ragione sulla stessa bellezza del gioco, c'é un tentativo visibile di riappropriazione della natura intrinseca alla pallacanestro: fare un punto in più degli avversari. Venezia e Bologna hanno dato vita ad una finale bellissima, dove il talento é prevalso sulla fisicità e la volontà di imporsi ha fatto leva sulla costruzione e la fiducia nei propri mezzi. Si è giocato a viso aperto, come dovrebbe essere in ogni incontro giovanile: questa era la partita più importante dell'anno, per alcuni forse della vita, eppure si è vista una giusta e non eccessiva dose di tattica, comunque non tale da snaturare le caratteristiche intrinseche ai giocatori e alle squadre. Complimenti a tutti quanti, e come mi è già capitato di dire, meriti a Venezia ma non demeriti a Bologna: penso di sapere cosa significhi accarezzare e non toccare, ma i ragazzi felsinei devono solo essere orgogliosi di quanto hanno fatto e un giorno, forse non troppo lontano, ne saranno consapevoli. Un'immagine mi resta impressa: il taglio della retina che i ragazzi di Venezia hanno concesso al loro allenatore. Un gesto insolito, ma carico di emozione e significato. Ci sono mille modi per esprimere gratitudine, ma questo é forse il più bello: colui che solitamente rimane in disparte, sale sulle spalle dei giocatori. Come dire, simbolicamente, tu ci hai portato fin qua, ora lascia che siamo noi a sollevarti in alto. Si spengono le luci, si torna alla normalità: se tutto quello che abbiamo vissuto non é frutto del caso - per forza deve essere così - la pallacanestro in città non può rimanere la stessa di prima. Se tutto ha un senso, é sufficiente che un solo bambino, oggi con gli occhi luccicanti di stupore, si innamori di questo meraviglioso sport e coltivi il sogno di diventare come uno dei protagonisti che hanno calcato, non solo, ma soprattutto il PalaCrisafulli. Caro Maurizio, spero ti sia divertito da lassù, questa era la pallacanestro che volevi: un punto in più.
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