Quando penso all'italianità nello sport non può non venirmi in mente El Alamein: non mi si fraintenda, non è mia intenzione né interesse inneggiare all'eroismo bellico, ma ciò che fecero gli italiani in quel frangente assomiglia molto a quello che devono fare le nostre squadre nazionali per meritare rispetto internazionale. Qualcuno disse coraggio contro acciaio: bottiglie incendiarie contro carrarmati di ultima generazione. Un'impresa disperata: infatti, morirono migliaia di compatrioti mentre i tedeschi, vista la malaparata, si dettero alla fuga. Gesta che strapparono addirittura l'ammissione di Churchill: " se gli italiani avessero avuto i nostri mezzi, avrebbero vinto ". Non sorprendano queste parole e immagini, richiamate da un pacifista e dilettante scribano: lo sport, come insegna l'antica Grecia, non è altro che la sublimazione della guerra. L'obiettivo, per quanto ci si sforzi ad alleggerire i termini, é più o meno lo stesso: prevalere sull'avversario e costringerlo alla resa. Con mezzi legali, naturalmente, ma senza risparmio di colpi. L'Italia sportiva é identica a quella in battaglia: mezzi leggeri e tanta arguzia che, nel tempo, si è trasformata, nel gergo agonistico, in bravura tattica. Nel confronto corpo a corpo non abbiamo scampo: a parte i paesi mediterranei come il nostro, gli altri ci sovrastano per altezza e massa. Ne sanno qualcosa i pallanotisti che, affrontata la Serbia nel suo terreno preferito, ossia i muscoli, sono usciti dalla vasca con le ossa rotte. Possiamo avere la meglio solo se manteniamo la nostra identità: scaltrezza, rapidità, generosità, compattezza, fantasia. Ogni volta che l'Italia ha vinto qualcosa di importante, dai mondiali di calcio agli europei di basket, lo ha fatto mettendo in mostra non tanto un gioco dominante - a parte la scherma dove siamo marziani - quanto particolare, dove imprevedibilità e organizzazione hanno messo alle corde solidità e potenza altrui. Il valore aggiunto sono i comandanti - ops - volevo dire gli allenatori, che tutti ci invidiano nel mondo. Costretti a fare nozze con i fichi secchi, cresciuti nei laboratori dove le alchimie sono d'obbligo per la sopravvivenza, sono i più bravi nel leggere le situazioni e a trovare in tempi rapidi rimedi miracolosi. Solo i supponenti non hanno coraggio di cambiare e l'italiano vero é tutto fuorché presuntuoso. Le parole di Tania Di Mario, che se ne intende di nazionale, sono le migliori che si possano dire in questi casi: " a volte non vincono i più forti, ma quelli che ci credono ". Proprio così: Italia, se vuoi vincere, non smettere di crederci.
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