Quella di Gianluca Basile è davvero una bella storia, quasi una favola a lieto fine. Non ci si alza in piedi ad applaudire per lunghi minuti se non senti qualcosa di forte dentro. E’ successo a Barcellona – mica poco – una delle sedi prestigiose dello sport europeo, non solo del basket. Per chi ha avuto la fortuna di visitare il Camp Nou e il Palau Blaugrana sa di cosa si parla: non solo e non tanto di strutture sportive modernissime, ma di storia, tradizione, appartenenza. Vedere un italiano in mezzo al campo mi ha fatto dimenticare, almeno per un attimo, le nostre misere vicende interne. E’ stato un lampo, ma in quel momento ho provato orgoglio ed ammirazione. Non siamo ingenui, sappiamo tutti che Baso non è andato in Spagna per fare del volontariato: è andato per lavorare e credo oltretutto per essere trattato molto bene. Ma i catalani, gente calda ed esigente, non ci hanno messo molto ad apprezzare questo ragazzo del sud timido e generoso, di poche parole ma di grande cuore. Esistono molti modi per lavorare: lui ha scelto quello più difficile, che ti immedesima con la maglia che porti, sia della nazionale che di una città straniera. Avrebbe potuto fare il professionista in senso puro, ha deciso di amare quella maglia fino al midollo. Ha avuto l’accortezza e la modestia di capire che non avrebbe potuto competere con la stella nonché bandiera locale della squadra, Juan Carlos Navarro. Il fatto che i due provino una stima sconfinata reciproca sta a testimoniare l’intelligenza e la delicatezza dell’italiano: nessuna invidia né battaglia interna in sei anni di militanza. Quasi mai titolare, ha aspettato con pazienza il momento opportuno per dimostrare il proprio valore. Quando lo vedi giocare, capisci che sei alla presenza di un uomo speciale: carisma, difesa, tecnica sopraffina (altro che tiro ignorante, avrei qualche altra idea su come utilizzare l’aggettivo), sagacia tattica. Mi verrebbe da dire, a malincuore, merce sempre più rara. L’ultimo samurai.

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