Domenico Fantin. Roberto Bullara. Sandro Brusamarello. Stefania Gaspardo. Marco Cusin. Antonia Peresson. In ordine strettamente cronologico e che hanno indossato la maglia azzurra negli ultimi trent'anni con la nazionale A, di provenienza circondariale, visto che provincia ormai é da considerarsi termine obsoleto. A me piace parlare di terra, di piedi che calpestano gli stessi campi da gioco, di frequentazioni comuni, di un dialetto che non é né friulano né veneto. Una terra che si trova ai margini della pallacanestro che conta ma che non ha mai smesso di essere fertile. Terra di allenatori: alcuni migranti per necessità, altri stanziali, poco profeti in patria, ma generosi ed umili lavoratori di palestra. La bellezza - e nello stesso tempo il mistero - sta nell'impossibilità di predeterminare e programmare il talento: sebbene nella Germania dell'est e in Cina abbiano provato a fabbricarli, la verità é che i campioni nascono e crescono dove vogliono, spesso in situazioni svantaggiose ed anonime. Parimenti, la casualità non può spiegare da sola una produzione così alta in una fetta limitata di territorio: senza società lungimiranti, allenatori saggi e pazienti, compagni di squadra agonisti, genitori discreti, il miracolo non potrebbe compiersi. Malgrado i prodotti della natura si possano trovare ovunque, non sempre la cucina é in grado di sfornare piatti all'altezza. I ragazzi vanno lasciati in pace, al riparo da pressioni e aspettative: se é vero che senza acqua una pianta non può crescere, un'eccessiva innaffiatura la può soffocare. Tornare a lavorare nel silenzio, lontano dai riflettori, permette ai giovani e fragili virgulti di non bruciare le tappe e di arrivare all'appuntamento con la celebrità nei modi e tempi adatti. É indispensabile sfatare un tabù: non è vero che la nostra terra non dà più talenti. Sotto la cenere il fuoco non si è spento. Non facciamoci del male da soli continuando a lamentarci di ciò che non c'è o non esiste più. La nostra piccola e breve storia insegna che ad un periodo di magra ha fatto sempre seguito una rinascita. La bandiera ora è a terra. Ci vuole solo un eroe qualunque che la raccolga e che la porti in alto.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
giovedì 19 maggio 2016
sabato 7 maggio 2016
età d'oro
Praticamente inesorabile. Come una lama tagliente. Come la notte che vince sul giorno. Così é il tempo. Non c'è sconto. Non c'è raccomandazione. Non c'è premio. Non c'è controllo. Il tempo c'è e basta. Non esiste possibilità di allungare nemmeno un secondo di ciò che é già scritto. Abbiamo la memoria, per ripercorrere il passato, e la fantasia, per immaginare il futuro. Ma nient'altro. Possiamo solo scorrere, trascinati dalla corrente di un fiume di cui non conosciamo né la sorgente né la foce. Incredibilmente giusto. Come due pesi uguali sulla bilancia. Come il sole dopo la pioggia. Nessun privilegio. Nessuna deroga. Si viaggia tutti in classe standard. Ciascuno invecchia, i buoni come i cattivi, ricchi e poveri, celebrità o sconosciuti. Per quanto ci si possa dannare su questa terra, non potremo conservare nulla di ciò che abbiamo. Siamo venuti al mondo e ce ne andremo nudi. Tutto ciò che facciamo in mezzo vale il giusto, niente di più. Maledettamente prezioso. Come l'acqua per la terra. Come il latte materno. Mentre la vita si accorcia, il tempo si allunga. Non c'è più tempo per ciò che non ha valore. Non c'è tempo da perdere, soprattutto in lamentele o inutilità. Quando capisci che il tempo é la cosa più importante, ormai é troppo tardi. I giochi sono fatti. Chi ha tempo a diritto a sbagliare, chi non ne ha non può permetterselo. Il tempo non è denaro. Il tempo è tempo. Non c'è nulla che valga di più.
domenica 24 aprile 2016
misura extra large
É quasi certo che qualcuno sobbalzerà, ma pazienza. Quando si dicono le cose in faccia, non si può piacere a tutti. A volte non piaccio nemmeno a me stesso, figurarsi fuori. Ciò che mi stupisce, ultimamente, é la perdita del senso della misura. Gli strumenti tecnologici ultra moderni hanno contribuito, anche se in parte, alla deformazione del reale. In parte, perché, essendo inermi, possono funzionare solo attraverso l'intenzione umana. Mi riferisco, in particolare, al concetto di impresa sportiva. Pietro Mennea ha compiuto una vera e propria impresa alle olimpiadi di Mosca; lo stesso si può dire di Panatta Bertolucci e Barazzutti che vinsero l'unica coppa Davis per l'Italia. Il Leicester di Ranieri sta per vincere la premier league - speriamo di non fare i menagramo - cosa successa in passato solo in rare occasioni, come il Cagliari di Gigi Riva o il Verona di Bagnoli nel campionato nazionale. Un'impresa sportiva é determinata da alcuni fattori indiscutibili: la collocazione, innanzitutto, dell'evento, che non può che essere internazionale o, quantomeno, nazionale. Vincere in ambito locale può portare soddisfazione, ma non può essere considerato un fatto di particolare importanza, a meno che lo si carichi di significati di per sé inesistenti. Secondo, ci deve essere sproporzione fra il valore di partenza di un gruppo o di un atleta e quello di arrivo: non c'è nulla di speciale se gli All Blacks dovessero vincere il titolo mondiale nel rugby. Se invece il titolo lo dovesse vincere l'Italia, con tutto il rispetto che si possa avere per la squadra, sarebbe un fatto inaspettato, perciò di valenza eroica. La cosa sorprendente, e per certi versi preoccupante, alla quale assistiamo oggi, é la gonfiatura di azioni che di per sé non hanno nulla di straordinario. Ciò che é irrilevante sta diventando fatto di cronaca con conseguenze, a mio modo di vedere, nefaste, soprattutto per quanto riguarda i giovani atleti. Non é salutare, ai fini della formazione sportiva, far passare il concetto che ciò che é normale può essere eccezionale: i ragazzi devono impegnarsi con l'idea di migliorare e i campionati hanno senso solo in funzione di questo obiettivo. Perciò chiamale emozioni, se vuoi, ma non imprese. Tempo al tempo.
martedì 12 aprile 2016
miopia egocentrica
Vorrei poter dire - con necessaria delicatezza - ai giovani allenatori che si occupano di atleti in formazione, che non saranno giudicati dalle vittorie o dai trofei conquistati. Non è paternalismo, é pura constatazione. Le vittorie spariscono, i giocatori restano. Non sono i giocatori al servizio dell'allenatore, semmai il contrario. L'allenatore é un missionario, non un colonizzatore. I missionari, se onesti, sono sfruttati, i colonizzatori sfruttano. Traduzione: quando un giocatore, acerbo ma con prospettive, fa troppa panca, mentre un altro, pronto ma con ridotti margini, fa troppo campo, qualcosa non funziona. Si crea un forte squilibrio fra presente e futuro, tra il tutto e subito e quello che ancora non c'è, se non in potenziale. Se non abbiamo grande ricambio generazionale in Italia lo si deve - tra migliaia di motivi - anche a questa miopia egocentrica. Ci sono giocatori e giocatrici che a quattordici anni sembrano dei fenomeni ed altri/e che faticano ad entrare nel vivo del gioco: purtroppo, o per fortuna - a seconda di come la si voglia vedere - i conti veri si fanno più tardi, a fine ciclo formativo. Perciò, corre l'obbligo di orientare i più precoci a non accontentarsi - forse il compito più difficile - e quelli più tardivi a non rassegnarsi perché il tempo sarà amico. Se i cosiddetti 'pronti' si prendono tutta la scena, avremo vittorie e trofei, ma non giocatori. Il mio personale punto di osservazione dice che solo una minima parte dei giocatori capaci in tenera età diventano decisivi da adulti. Perciò: perché si continua a speculare sui giovani? E soprattutto: perché si é smesso di fare vero reclutamento, considerando erroneamente che il minibasket possa rappresentare l'unico bacino da cui pescare futuri talenti? É difficile, se non impossibile, trovare un allenatore disposto ad una semina senza raccolto: tutti vogliono prendersi i frutti, prima che lo facciano altri. Basterebbe iniziare a smetterla nel dare meriti solo a chi ottiene risultati, tralasciando o addirittura cancellando i percorsi che hanno preceduto o che seguiranno: il miracolo sta proprio nel considerare la costruzione di un giocatore - una vera e propria opera d'arte - come un'impresa a più mani, dove l'impronta di ciascuno determina un valore aggiunto. É la gelosia, in fondo, che rovina tutto: la smania di tenersi tutto per se. Dare un pezzo della propria vita a degli atleti in formazione di cui non si conoscerà la destinazione finale é il più grande regalo che si possa fare, prima di tutto, a se stessi. Dunque, se vogliamo essere egoisti, proviamo ad essere altruisti: servire gli altri senza servirsi degli altri.
giovedì 7 aprile 2016
Addestramento alla rabbia
Prima di rovesciare l'istintiva e infermabile sete di vendetta. Prima di inasprire le leggi. Prima di cercare i colpevoli per una condanna esemplare. Prima di fare commenti privi di senso dettati da cieca impulsività. La domanda é: da dove viene tutta questa rabbia? Se non abbiamo la risposta, non illudiamoci di trovare la soluzione. Perché la soluzione dei problemi sta sempre a valle, mai in cima. Non sono un eroe - di solito gli eroi non scrivono, vengono decantati - però ogni giorno mi trovo, un po' per scelta un po' per necessità, assieme a molti altri, ad affrontare la rabbia. Con risultati spesso, se non sempre, mediocri. Il meccanismo di difesa messo in atto da quasi tutti é quello di mantenere il controllo, rispettare le distanze, salvaguardare salute e clima generale. É un metodo onesto, che dà risultati efficaci sull'immediato, insufficienti sul lungo periodo. I ragazzi transitano, ma non riusciamo a scalfire la corazza che li protegge. Una corazza emotiva, che sembra inerme, ma che esplode inaspettatamente con conseguenze a volte devastanti. Se dovessi usare un gergo calcistico tanto caro ai nostalgici, stiamo facendo melina, sperando prima o poi di trovare un varco dove infilare un colpo vincente. Proprio domani ricorre l'anniversario di un nostro alunno che non ce l'ha fatta a resistere, aveva quattordici anni. Gesti estremi, come estrema é la voglia di sopraffazione, la tentazione che la legge della giungla prevalga sul rispetto e il buon senso. L'uomo non nasce cattivo: la crudeltà non è nei cromosomi. La qualità delle relazioni stabilisce la differenza tra un uomo in pace con se stesso o in guerra con il mondo. Gli adulti devono interrogarsi: e per adulti non intendo solo i genitori, ma l'intera comunità civile che dovrebbe prendersi a cuore la continuità non solo biologica della specie. Smettiamola di dispensare colpe e sanzioni, proviamo tutti quanti a rimboccarci le maniche e riprendere il filo del discorso: con fatica, perché il conflitto é duro da reggere, ma é nel silenzio e nell'incomunicabilità che cresce il livore. Questa rabbia ha bisogno di uscire, di disperdersi in mille rivoli innocui. Non è il momento di chiamarsi fuori. Nemmeno di sragionare. É il momento di stare sul pezzo. Chiamasi addestramento alla rabbia.
martedì 15 marzo 2016
moderna tempistica
Un allenatore può andare dove vuole, ci mancherebbe, soprattutto se si chiama Antonio Conte. Ciò che lascia fortemente perplessi é la tempistica, in particolare quando ci si trova in sella ad una panchina della nazionale. Posso capire lo scalpitio, il prurito per un'esperienza di valore internazionale, dove finalmente il mister potrà dimostrare che ciò che ha vinto in Italia non rappresenta un fatto casuale. Posso anche capire - forse un po' meno - il timore di rimanere disoccupato dopo un possibile europeo fallimentare: la necessità di garantirsi il futuro può a volte far bruciare le tappe. Ci sono però - per chi ci crede, naturalmente - anche degli ideali in gioco, che non possono essere liquidati con un semplice così fan tutti. In primo luogo il rispetto per i giocatori: con le debite differenze, sarebbe come per qualsiasi allenatore entrare in spogliatoio in piena stagione e dire: " ragazzi, il prossimo anno non ci sarò, però mi aspetto da voi un comportamento corretto, da veri professionisti che devono onorare fino all'ultimo la maglia che indossano ". Qualsiasi discorso che non sia tecnico-tattico, ma di atteggiamento, rischia di perdere di pregnanza e incisività: con quale trasporto, anche emotivo, mister Conte imbonirà i suoi sapendo che da lì a poco non ci sarà? C' è poi il rispetto per un collega che sta facendo lo stesso lavoro su una panchina a termine, cosiddetta ad orologeria: il signor Hiddink, che non mi sembra uno sprovveduto, ha tutto il diritto di esercitare la professione come titolare e non come precario. Naturalmente chi mette i soldi decide come, quando e perché, entrando in gamba tesa su qualunque aspetto umano della vicenda. Chi mette i soldi, nello sport, ha sempre ragione. Sarà interessante sentire il presidente Tavecchio che ha tanto voluto Conte in nazionale con un contratto da favola, sbagliando mossa, forse ignorando che un allenatore giovane ed ambizioso non è mai stato un buon affare come commissario tecnico. Qualche esempio? Bearzot, Lippi avevano già la pancia semipiena, l'azzurro era un punto di arrivo. Ecco perché il Messina di oggi é sicuramente più adatto del Messina di ieri. C'è chi per la nazionale si taglierebbe le vene, chi non vede l'ora di andarsene: anche questi sono tempi moderni. Meglio, moderna tempistica.
martedì 1 marzo 2016
senza paura
Faccio la riverenza, recitava una filastrocca d'altri tempi. Riverenti, troppo riverenti, sono i nostri giovani. Dietro la maschera da duri ed espressioni forti e sprezzanti si celano personalità fragili ed arrendevoli. Lo sport, dove abitualmente la finzione non esiste se non per scopi tattici, rivela inesorabilmente la debolezza dell'agire. Gli psicologi lo chiamano basso livello di autostima, gli allenatori evocano brutalmente l'assenza di parti intime maschili. Semplicemente, i ragazzi/e sempre più credono meno in se stessi. Trovano sempre più marcata la forbice tra ciò che pensano di essere e ciò che vorrebbero essere. Si pongono forse aspettative troppo alte? Vengono richiesti livelli prestativi fuori portata? Sta di fatto che il corpo - per un bizzarro gioco di parole - non mente: in campo i gesti rivelano incertezza ed al primo errore si rischia di cadere in un pozzo profondo da dove é quasi impossibile risalire. Chi gioca in questo stato é destinato all'insuccesso: non solo nel risultato, il minore dei mali, soprattutto nella frustrazione di non aver nemmeno provato a tirare fuori il meglio di sé. Perché é risaputo, chi vive nella sfiducia é portato a conservare e non a spendere le qualità di cui é dotato. Nemmeno le parole incoraggianti degli istruttori di ultima generazione - posso garantire personalmente che quelli di prima generazione erano soliti usare più il bastone che la carota - sembrano smuovere le acque, segno inequivocabile che la soluzione al problema si trova dentro di sé e si chiama forza interiore. Non c'è nessuno che possa credere in te se non te stesso: non c'è nessun intervento esterno provvidenziale, non c'è nessuna cura, se non ciò che é già presente ma che si trova nascosto in qualche angolo della mente. Quanto ci piacerebbe vedere, oltre che in aula o per le strade, un po' di sfacciataggine in più sui campi di gioco: qualcuno che usa il bisogno di unicità - spesso scambiato per rabbia - una volta tanto per costruire e non per demolire. Quella che i milanesi chiamano faccia di tolla e che in tutto lo stivale viene considerata espressione irripetibile. Quella che aveva Dino Meneghin, per capirsi, che bastava entrasse in un palazzetto per suscitare l'ira del pubblico avversario ma che, al contempo, rappresentava l'emblema dei propri tifosi. Senza paura, direbbe Ligabue. Con fiducia, aggiungo.
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