Faccio la riverenza, recitava una filastrocca d'altri tempi. Riverenti, troppo riverenti, sono i nostri giovani. Dietro la maschera da duri ed espressioni forti e sprezzanti si celano personalità fragili ed arrendevoli. Lo sport, dove abitualmente la finzione non esiste se non per scopi tattici, rivela inesorabilmente la debolezza dell'agire. Gli psicologi lo chiamano basso livello di autostima, gli allenatori evocano brutalmente l'assenza di parti intime maschili. Semplicemente, i ragazzi/e sempre più credono meno in se stessi. Trovano sempre più marcata la forbice tra ciò che pensano di essere e ciò che vorrebbero essere. Si pongono forse aspettative troppo alte? Vengono richiesti livelli prestativi fuori portata? Sta di fatto che il corpo - per un bizzarro gioco di parole - non mente: in campo i gesti rivelano incertezza ed al primo errore si rischia di cadere in un pozzo profondo da dove é quasi impossibile risalire. Chi gioca in questo stato é destinato all'insuccesso: non solo nel risultato, il minore dei mali, soprattutto nella frustrazione di non aver nemmeno provato a tirare fuori il meglio di sé. Perché é risaputo, chi vive nella sfiducia é portato a conservare e non a spendere le qualità di cui é dotato. Nemmeno le parole incoraggianti degli istruttori di ultima generazione - posso garantire personalmente che quelli di prima generazione erano soliti usare più il bastone che la carota - sembrano smuovere le acque, segno inequivocabile che la soluzione al problema si trova dentro di sé e si chiama forza interiore. Non c'è nessuno che possa credere in te se non te stesso: non c'è nessun intervento esterno provvidenziale, non c'è nessuna cura, se non ciò che é già presente ma che si trova nascosto in qualche angolo della mente. Quanto ci piacerebbe vedere, oltre che in aula o per le strade, un po' di sfacciataggine in più sui campi di gioco: qualcuno che usa il bisogno di unicità - spesso scambiato per rabbia - una volta tanto per costruire e non per demolire. Quella che i milanesi chiamano faccia di tolla e che in tutto lo stivale viene considerata espressione irripetibile. Quella che aveva Dino Meneghin, per capirsi, che bastava entrasse in un palazzetto per suscitare l'ira del pubblico avversario ma che, al contempo, rappresentava l'emblema dei propri tifosi. Senza paura, direbbe Ligabue. Con fiducia, aggiungo.
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