"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

martedì 12 aprile 2016

miopia egocentrica

Vorrei poter dire - con necessaria delicatezza - ai giovani allenatori che si occupano di atleti in formazione, che non saranno giudicati dalle vittorie o dai trofei conquistati. Non è paternalismo, é pura constatazione. Le vittorie spariscono, i giocatori restano. Non sono i giocatori al servizio dell'allenatore, semmai il contrario. L'allenatore é un missionario, non un colonizzatore. I missionari, se onesti, sono sfruttati, i colonizzatori sfruttano. Traduzione: quando un giocatore, acerbo ma con prospettive, fa troppa panca, mentre un altro, pronto ma con ridotti margini, fa troppo campo, qualcosa non funziona. Si crea un forte squilibrio fra presente e futuro, tra il tutto e subito e quello che ancora non c'è, se non in potenziale. Se non abbiamo grande ricambio generazionale in Italia lo si deve - tra migliaia di motivi - anche a questa miopia egocentrica. Ci sono giocatori e giocatrici che a quattordici anni sembrano dei fenomeni ed altri/e che faticano ad entrare nel vivo del gioco: purtroppo, o per fortuna - a seconda di come la si voglia vedere - i conti veri si fanno più tardi, a fine ciclo formativo. Perciò, corre l'obbligo di orientare i più precoci a non accontentarsi - forse il compito più difficile - e quelli più tardivi a non rassegnarsi perché il tempo sarà amico. Se i cosiddetti 'pronti' si prendono tutta la scena, avremo vittorie e trofei, ma non giocatori. Il mio personale punto di osservazione dice che solo una minima parte dei giocatori capaci in tenera età diventano decisivi da adulti. Perciò: perché si continua a speculare sui giovani? E soprattutto: perché si é smesso di fare vero reclutamento, considerando erroneamente che il minibasket possa rappresentare l'unico bacino da cui pescare futuri talenti? É difficile, se non impossibile, trovare un allenatore disposto ad una semina senza raccolto: tutti vogliono prendersi i frutti, prima che lo facciano altri. Basterebbe iniziare a smetterla nel dare meriti solo a chi ottiene risultati, tralasciando o addirittura cancellando i percorsi che hanno preceduto o che seguiranno: il miracolo sta proprio nel considerare la costruzione di un giocatore - una vera e propria opera d'arte - come un'impresa a più mani, dove l'impronta di ciascuno determina un valore aggiunto. É la gelosia, in fondo, che rovina tutto: la smania di tenersi tutto per se. Dare un pezzo della propria vita a degli atleti in formazione di cui non si conoscerà la destinazione finale é il più grande regalo che si possa fare, prima di tutto, a se stessi. Dunque, se vogliamo essere egoisti, proviamo ad essere altruisti: servire gli altri senza servirsi degli altri.

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