"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

sabato 18 aprile 2015

puledri e purosangue

Mi hanno stuzzicato - come spesso accade - le parole di Don Padovese, ormai cittadino benemerito. " Lasciate liberi i cavalli ": come dire, largo ai giovani. L'idea è affascinante, spazio a uomini/donne e idee nuovi. Diamo un giro di aria fresca a questa società statica e ammuffita. In politica, sul lavoro, nello sport, c'è bisogno di una mano di vernice con colori forti e caldi. Se potessi abbandonare la mia trincea quotidiana e fare posto ad una giovane leva carica di entusiasmo e di buoni propositi, credetemi, lo farei molto volentieri. Poi - come spesso accade - mi prende un impeto di orgoglio senile che si rifiuta di accettare l'equazione giovane:nuovo=adulto:vecchio. Percorrendo a ritroso gli anni cosiddetti ruggenti scopro di essere stato, nel modo di concepire e vivere determinate scelte, più conservatore di quanto lo sia adesso. Cosa significa essere giovani? É un dato biologico, ossia una combinazione di ormoni? Una tappa dell'esistenza? Un modo riconoscibile di vivere? Ha ragione Michele Serra quando dice che é in corso una feroce battaglia tra generazioni per il controllo della società? Io credo, invece, che la trasformazione possa avvenire in modo graduale e pacifico. Ciò che è già stato non è da buttare e ciò che dovrà essere non é necessariamente frutto di totale innovazione. Tutti quanti abbiamo imparato da grandi maestri che ci hanno preceduto e abbiamo l'obbligo di tenere in vita l'eredità che abbiamo ricevuto. Nulla si perde, tutto si trasforma. Il passato non è nostalgia, ma cancellarlo significherebbe costruire sulla sabbia anziché sulla pietra. Lo dico con convinzione, e non me ne vergogno, non mi piacciono certi appelli un po' populistici sulla necessità di fare spazio, a tutti i costi, alle nuove generazioni. L'immagine dell'accompagnamento mi risulta più familiare e adatta: nessuno si costruisce da solo, c'è bisogno di una guida appassionata e attenta. La riconoscenza é forse il valore a cui dovremmo fare maggiore ricorso in questi tempi. Ciò che siamo, nel bene e nel male, lo dobbiamo a chi ci ha preceduto. Per tornare all'espressione iniziale, liberiamo i cavalli, ma i puledri hanno bisogno dei purosangue per correre. Alcuni dei miei maestri, purtroppo, non ci sono più. E mi mancano. Anche se, come mi ricordano spesso i miei figli, ormai sono vecchio. Cosa voglia dire, ancora non mi riesce di capire.

sabato 11 aprile 2015

non c'è verità

Si sprecano i luoghi comuni: tutti siamo responsabili, ognuno di noi poteva fare di più e via dicendo. Così laviamo i sensi di colpa e quietiamo l'anima. Oppure caccia al colpevole, ad una spiegazione, come se ci trovassimo di fronte ad un giallo dai contorni misteriosi. L'unica verità che conosco: un ragazzo, allo sbocciare della vita, non c'è più; i suoi familiari, i suoi amici, non si danno pace e non trovano risposte. Anch'io, da adulto, da insegnante, non mi do pace e non trovo risposte. Non voglio nemmeno cercarle. Troppo facile. La verità che stiamo cercando é quella che non esiste. Non sappiamo a quali meccanismi risponde la psiche umana e in che modo le emozioni possano impadronirsi della mente al punto da soggiogarla. Quello che so - ma non ha nessuna pretesa di indagine tantomeno di spiegazione - é che i ragazzi, malgrado la faccia dura le parole irripetibili e il fare spesso oltraggioso, nascondono una fragilità umana di dimensioni impressionanti. Più che aprire i computer o leggere i messaggini, forse dovremmo darci da fare su questo fronte. Cosa c'è dietro questa corazza protettiva, questa armatura spinosa inaccessibile? I ragazzi si difendono, ogni giorno ed ogni ora, da chi e da cosa? Poi, quando ne hanno la possibilità, attaccano, spesso in branco, e lasciano il segno, forse marchiando un'esistenza incolore e monotona. Spaccano, insultano, aggrediscono, si tolgono la vita: gesti estremi, forse estreme grida di allarme. C'è un vuoto da colmare, ma come? Le pacche sulle spalle sono state sostituite dai cuoricini virtuali e le parole di consolazione da messaggi incompleti e freddi: non c'è fisicità nei rapporti, non ci sono occhi che parlano né orecchie che guardano. Ciò che manca é la vicinanza: non solo parole, ma intese, abbracci, a volte, se ci vuole, anche scappellotti. Chi ha detto che i ragazzi non vanno corretti? Spesso sono proprio loro, con messaggi subliminali, ad implorarci di fermarli ed indicare la linea da non oltrepassare. É un duello faticoso, tra prendere e lasciare, fare e disfare, concedere e vietare. Noi adulti abbiamo tutti un compito ed una responsabilità: esserci quando serve. Concesso sbagliare, proibito abbandonare il campo. 

sabato 21 marzo 2015

privilegiato a chi?

Questa storiella - o favoletta che dir si voglia - che uomini e donne impegnati nel mondo dello sport abbiano, per natura e definizione, status di privilegiati rispetto ad altri lavoratori, ha da finire. In fretta e furia. Non si parla, in questo caso, di atleti, tecnici e preparatori di prima classe, che costituiscono una parte infinitesimale del tutto: non ho problemi ad ammettere che lo sport di alto livello abbia forse varcato, nella folle corsa ai rimborsi principeschi, la soglia di legittimità morale, ma allo stesso tempo non ho né potere né diritto di fare i conti in tasca alle aziende che hanno scelto gli atleti per veicolare i propri prodotti. Si parla, dunque, di quell'esercito numerosissimo di addetti, sconosciuti al grande pubblico, che si prodigano quotidianamente nelle palestre e nei campi di gioco e che hanno fatto dell'attività sportiva la ragion di vita e, per molti di loro, la principale se non unica fonte di reddito. Non si sa per quale contorto e recondito motivo - ma in seguito cercherò di spiegarlo se mi riesce - qualunque atleta, allenatore o altre figure operanti nello sport possano aspettare il rimborso dovuto, al contrario di altre categorie lavorative. Insomma, un ritardo nei pagamenti di tre quattro mesi é una cosa normale - si ricordi a proposito l'intervento di Petrucci lo scorso anno sul caso Montegranaro - per cui, poche storie, ci sono altri che versano in condizioni peggiori: della serie, c'è sempre un buon motivo per consolarsi. Questo aberrante concetto, tipicamente italico, é figlio della cultura e mentalitá di crociana memoria che, purtroppo, ad oggi ci portiamo ancora dietro e che non siamo più capaci, per comodità o interesse, a disfarcene. In soldoni, chi usa o si occupa del corpo, svolge un'attività secondaria rispetto a chi, nobilmente, si rivolge ad attività più qualificate per la mente, come la filosofia, la letteratura, l'arte e, modernamente parlando, l'economia. Scendendo ancora più sul piano pratico, chi fa sport si diletta in un'attività funzionale ad altre meno fugaci. Sarebbe interessante sapere quanta piacevolezza provano quei giocatori che devono star fuori mesi ed anni per infortunio, oppure quegli allenatori che vengono esonerati e posti in un cassetto, per non parlare della stragrande maggioranza dei preparatori che saltano da un posto all'altro per tirare fuori uno stipendio. Lavorare in palestra é bello: ditelo a quell' insegnante che si trova trenta piccoli uomini in preda ad una tempesta ormonale o a quell'allenatore che, pensando di correggere, si trova una fronda di adulti pronti a farlo a brandelli per aver toccato, metaforicamente parlando, i pargoli di nuova generazione. É vero, lo sport può essere una cosa bella, ma mai un gioco. Ci sono ore di studio, fatica, ripensamenti, sofferenze. Chi pensa che lo sport basti a se stesso, pensa male. Dare dignità é anche questo: mantenere l'impegno verso chi non ha mai fatto mancare l'impegno. Lo sport é anche lavoro.

sabato 14 marzo 2015

belli come noi

Dell'uomo dal simpatico baffo - diversamente dall'uomo con i baffi, decisamente minaccioso ed inquietante - ricordo soprattutto il grande fosforo e l'irridente sicurezza con cui si beveva, mentalmente, gli avversari. Da tifoso Olimpia - oggi un po' meno, sia per età che per contingenza - mi gloriavo nel vedere questo giocatore, fisicamente ininfluente, dominare il filo e il ritmo della partita a colpi di rubate, palleggi a slalom, passaggi, come si dice oggi, no look. Un genio del parquet, di quelli che ne nascono ogni mezzo secolo. Facile vincere così, vero Dan? Se poi vicino ci metti il pivot più forte d'Italia e altri pezzi da novanta, il piatto é servito. Quella fu davvero una squadra dove il peso specifico dell'intelligenza e della personalità superava di gran lunga il  talento diffuso nei singoli. Non per niente fu la più amata e ricordata negli anni. Vidi dal vero Mike D'Antoni la prima volta contro l'Hurlingham, a Trieste, nella stagione 1980/81. Palazzetto di Chiarbola gremito, già due ore prima della palla a due. In campo un giocatore: i raccattapalle locali che fanno a spinte per passargli la palla mentre si esibisce in un crescendo di tiri dalla distanza - la linea da 3 punti ancora non esisteva - mentre il pubblico non riesce a staccare gli occhi da quell' insolito evento pre partita. Nessun fischio, tantomeno insulti: tutti attratti magneticamente e verosimilmente spaventati da un giocatore speciale, io ventenne in adorazione nel contenere l'entusiasmo per evitare il peggio nella curva degli ultras. Per la cronaca Milano vinse a fatica, D'Antoni giocò malino - come succede spesso in questi casi - Trieste retrocedette quell'anno e l'Olimpia perse lo scudetto. Feci fatica, molti anni dopo, a considerarlo in panchina: lui era un mago in campo, un vero leader, uno che sapeva vincere e che odiava perdere. Le stagioni migliori come allenatore le ha vissute, guarda caso, con quella che può essere considerata la sua reincarnazione pura: Steve Nash, forse l'unico che poteva somigliargli, per tipologia e concetto di gioco. La verità é che in panchina non si è padroni come in campo. Ci hanno messo un po' di tempo ad appendere la maglia, forse troppo. Anche i bambini del minibasket sapevano che con il suo ritiro si sarebbe chiusa un'epoca. Come si dice a Milano, bej cume nunch la mama ne fa pù, s'é rott la machineta e ul papà al fa andá pu! Belli come noi la mamma non ne fa più. 

giovedì 12 marzo 2015

così non è

Pensavo che aiutare la nostra fragile gioventù a temprarsi ed irrobustirsi fosse una buona missione e un valido motivo per dare senso alla propria esistenza. Così non è. Pensavo che fare il proprio dovere fosse il modo migliore per contribuire, in piccolo, alla crescita della civiltà, a tal punto da non derubare ulteriormente uno stato già in ginocchio da sprechi e sperperi. Così non è. Pensavo che dare sfogo al corpo e al movimento fosse una cosa in sé divertente. Così non è. Pensavo che fare fatica, nel limite dell'accettabile, avesse ancora un diritto di cittadinanza. Così non è. Pensavo che giocare, nel senso di mettere due persone o due gruppi in competizione, fosse un'attività affascinante ed attraente. Così non è. Pensavo che la salute fosse ancora un valore con un alto indice di gradimento. Così non è. Pensavo che le discipline più sgradite - senza offesa - fossero italiano e storia. Così non è. Pensavo che un lavoratore che si guadagna la pagnotta sudando fosse meglio di uno sfaticato. Così non è. Pensavo che lasciare un segno nelle generazioni nascenti comportasse un briciolo inevitabile di sana frustrazione. Così non è. Pensavo che agli adulti interessassero giovani educati, forti e creativi. Così non è. Pensavo che ragazzi sani nella mente e nel corpo fossero un grande risparmio per le casse sociali. Così non è. Pensavo che lo sport e l'attività motoria fossero in cima ai pensieri dei nostri governanti. Così non è. Pensavo che le coppe e le medaglie vinte potessero convincere anche i più dubbiosi. Così non è. Pensavo che non vivessimo solo del gioco del calcio. Così non è. Pensavo che i ragazzi, l'ultima speranza rimasta, potessero ribellarsi a questo stato delle cose. Così non è. 
Nessuno mi tornerà indietro così tanti anni di illusione.

sabato 7 marzo 2015

ecco perché non credo alla fortuna

La fortuna nello sport non esiste. Esiste nel gratta e vinci, nella lotteria di capodanno, nella tombola di paese. La fortuna e, di conseguenza, il suo contrario, sono l'ennesimo pretesto per trovare una facile e, mi si lasci dire, banale spiegazione alle vittorie o sconfitte, a seconda di dove le si guardi. É bene dire che non è il caso - o il caos - a governare le sorti di un incontro: trovo più appropriato il termine imprevedibilità, che costituisce il fascino di qualsivoglia contesa agonistica. Possiamo preparare alla perfezione il piano partita e provarlo con ogni minuzia sul campo, ma la successione degli eventi sarà talmente sorprendente da rendere inevitabili adattamenti e manovre inusuali. L'imprevedibilità può essere allenata: ad esempio, variando continuamente situazioni di gioco o utilizzando trucchi strani come attaccare o difendere in vantaggio o svantaggio numerico. É chiaro che se la preparazione segue tracciati predefiniti e ripetuti alla noia, non ci si può lamentare di risultati impari alle attese. I giocatori in campo sono - o dovrebbero essere - anime pensanti, in grado di operare scelte per il bene della squadra: ogni decisione comporta delle conseguenze, perciò fare un passaggio in più o in meno determina la buona o cattiva riuscita di un'azione di gioco. Parlare di buona sorte significa mancare di rispetto a chi lavora quotidianamente per levigare le impurità e trasformare un insieme di giocatori in una squadra sinfonica. Lo stesso concetto vale per il buzzer beater, il cosiddetto tiro da lunga distanza. Chi é allenato per fare canestro da dieci centimetri, può fare canestro da venti metri. Ecco perché l'impresa di Antonia Peresson, nostra concittadina in USA, che ha fatto il giro della rete e dei social network in poco tempo, non è casuale e nemmeno frutto della fortuna: certamente é più facile sbagliare, ma sbaglio o si sbaglia anche da sotto canestro? Non sono stupito di quanto successo, più che altro preoccupato per quel povero maestro d'armi di vecchia scuola che le ha insegnato a tirare e al quale vogliono scippare i pochi meriti rimasti.
  

domenica 22 febbraio 2015

il nuovo mondo - 5

In volo verso casa. Emergenza finita in Georgia: la temperatura può risalire mentre le squadre locali di pallacanestro potranno riassaporare nuovamente la vittoria. Su sei milioni di abitanti non è stato difficile individuare in due maschi alfa - uno originario del nord, l'altro lombardo veneto - il virus che 
attanaglia da alcuni giorni la metropoli nel ghiaccio e nella disperazione. Viviamo una mescolanza di emozioni: felicità di restituire alla gente la serenità che si merita, tristezza nel lasciare posti e ricordi non facilmente dimenticabili. Il contatto con la NBA é stato francamente deludente: un carosello infinito di distrazioni dove il gioco vero lascia il posto alla ricerca ossessiva dello spettacolo. Toronto comunque é una squadra di livello, ben allenata e che merita la posizione che occupa: l'impressione é che agli Hawks interessasse poco sbattersi per mantenere l'imbattibilitá casalinga. Torno così con delle conferme: il basket dei college é mille volte più interessante e coinvolgente, se non altro per la ricerca premurosa dell'armonia nel gioco a scapito dell'individualità. Gli stessi giocatori di talento, se vogliono sfruttare appieno le qualità, devono attenersi scrupolosamente ai dettami dell'organizzazione tattica. Nulla é lasciato al caso e tutto viene studiato, prima a tavolino e poi sul campo: l'improvvisazione é utilizzata con cautela, per non inquinare l'ordine costituito. Alla veneranda età di cinquantatré anni suonati posso finalmente dire di aver toccato con mano e visto con i miei occhi, almeno per qualche istante, ciò che fino a ieri avevo solo immaginato e sognato. Agli allenatori di qui invidio soprattutto un aspetto, a parte l'immensa preparazione e il lauto stipendio: la disponibilitá del tempo. Nemmeno gli allenatori di serie A italiana possono avere a disposizione i giocatori per tutto il giorno e per tutti i giorni, lezioni a parte. Sessioni video, colloqui individuali e di gruppo, preparazione fisico atletica, allenamenti di squadra che durano tre ore. Una vera e propria full immersion dove i giocatori, oltre ad imparare a giocare, inevitabilmente si trasformano in un corpo unico al quale appartenervi con fierezza e abnegazione. É ora di svegliarsi, il sonno è finito. Ci aspettano palestre anguste e buie, tempi stretti, giocatori da motivare, palloni sgonfi e insufficienti, genitori deliranti. Ci aspetta il solito tram tram quotidiano: trasformare la zucca in carrozza. Ma noi siamo maghi, come Merlino siamo capaci di mettere tutto in una sola valigia: come quella che ho in mano, piena di souvenir da acquisto compulsivo, ma anche di bei momenti trascorsi tra veri amici con una passione in comune: la pallacanestro, lo sport più bello da Pordenone ad Atlanta.