"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

sabato 14 marzo 2015

belli come noi

Dell'uomo dal simpatico baffo - diversamente dall'uomo con i baffi, decisamente minaccioso ed inquietante - ricordo soprattutto il grande fosforo e l'irridente sicurezza con cui si beveva, mentalmente, gli avversari. Da tifoso Olimpia - oggi un po' meno, sia per età che per contingenza - mi gloriavo nel vedere questo giocatore, fisicamente ininfluente, dominare il filo e il ritmo della partita a colpi di rubate, palleggi a slalom, passaggi, come si dice oggi, no look. Un genio del parquet, di quelli che ne nascono ogni mezzo secolo. Facile vincere così, vero Dan? Se poi vicino ci metti il pivot più forte d'Italia e altri pezzi da novanta, il piatto é servito. Quella fu davvero una squadra dove il peso specifico dell'intelligenza e della personalità superava di gran lunga il  talento diffuso nei singoli. Non per niente fu la più amata e ricordata negli anni. Vidi dal vero Mike D'Antoni la prima volta contro l'Hurlingham, a Trieste, nella stagione 1980/81. Palazzetto di Chiarbola gremito, già due ore prima della palla a due. In campo un giocatore: i raccattapalle locali che fanno a spinte per passargli la palla mentre si esibisce in un crescendo di tiri dalla distanza - la linea da 3 punti ancora non esisteva - mentre il pubblico non riesce a staccare gli occhi da quell' insolito evento pre partita. Nessun fischio, tantomeno insulti: tutti attratti magneticamente e verosimilmente spaventati da un giocatore speciale, io ventenne in adorazione nel contenere l'entusiasmo per evitare il peggio nella curva degli ultras. Per la cronaca Milano vinse a fatica, D'Antoni giocò malino - come succede spesso in questi casi - Trieste retrocedette quell'anno e l'Olimpia perse lo scudetto. Feci fatica, molti anni dopo, a considerarlo in panchina: lui era un mago in campo, un vero leader, uno che sapeva vincere e che odiava perdere. Le stagioni migliori come allenatore le ha vissute, guarda caso, con quella che può essere considerata la sua reincarnazione pura: Steve Nash, forse l'unico che poteva somigliargli, per tipologia e concetto di gioco. La verità é che in panchina non si è padroni come in campo. Ci hanno messo un po' di tempo ad appendere la maglia, forse troppo. Anche i bambini del minibasket sapevano che con il suo ritiro si sarebbe chiusa un'epoca. Come si dice a Milano, bej cume nunch la mama ne fa pù, s'é rott la machineta e ul papà al fa andá pu! Belli come noi la mamma non ne fa più. 

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