Questa storiella - o favoletta che dir si voglia - che uomini e donne impegnati nel mondo dello sport abbiano, per natura e definizione, status di privilegiati rispetto ad altri lavoratori, ha da finire. In fretta e furia. Non si parla, in questo caso, di atleti, tecnici e preparatori di prima classe, che costituiscono una parte infinitesimale del tutto: non ho problemi ad ammettere che lo sport di alto livello abbia forse varcato, nella folle corsa ai rimborsi principeschi, la soglia di legittimità morale, ma allo stesso tempo non ho né potere né diritto di fare i conti in tasca alle aziende che hanno scelto gli atleti per veicolare i propri prodotti. Si parla, dunque, di quell'esercito numerosissimo di addetti, sconosciuti al grande pubblico, che si prodigano quotidianamente nelle palestre e nei campi di gioco e che hanno fatto dell'attività sportiva la ragion di vita e, per molti di loro, la principale se non unica fonte di reddito. Non si sa per quale contorto e recondito motivo - ma in seguito cercherò di spiegarlo se mi riesce - qualunque atleta, allenatore o altre figure operanti nello sport possano aspettare il rimborso dovuto, al contrario di altre categorie lavorative. Insomma, un ritardo nei pagamenti di tre quattro mesi é una cosa normale - si ricordi a proposito l'intervento di Petrucci lo scorso anno sul caso Montegranaro - per cui, poche storie, ci sono altri che versano in condizioni peggiori: della serie, c'è sempre un buon motivo per consolarsi. Questo aberrante concetto, tipicamente italico, é figlio della cultura e mentalitá di crociana memoria che, purtroppo, ad oggi ci portiamo ancora dietro e che non siamo più capaci, per comodità o interesse, a disfarcene. In soldoni, chi usa o si occupa del corpo, svolge un'attività secondaria rispetto a chi, nobilmente, si rivolge ad attività più qualificate per la mente, come la filosofia, la letteratura, l'arte e, modernamente parlando, l'economia. Scendendo ancora più sul piano pratico, chi fa sport si diletta in un'attività funzionale ad altre meno fugaci. Sarebbe interessante sapere quanta piacevolezza provano quei giocatori che devono star fuori mesi ed anni per infortunio, oppure quegli allenatori che vengono esonerati e posti in un cassetto, per non parlare della stragrande maggioranza dei preparatori che saltano da un posto all'altro per tirare fuori uno stipendio. Lavorare in palestra é bello: ditelo a quell' insegnante che si trova trenta piccoli uomini in preda ad una tempesta ormonale o a quell'allenatore che, pensando di correggere, si trova una fronda di adulti pronti a farlo a brandelli per aver toccato, metaforicamente parlando, i pargoli di nuova generazione. É vero, lo sport può essere una cosa bella, ma mai un gioco. Ci sono ore di studio, fatica, ripensamenti, sofferenze. Chi pensa che lo sport basti a se stesso, pensa male. Dare dignità é anche questo: mantenere l'impegno verso chi non ha mai fatto mancare l'impegno. Lo sport é anche lavoro.
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