Ora, se mi è concesso, mi diverto
anch’io. Ai politici, è risaputo, manca la sportività. Tutti immancabilmente
vincono, nessuno perde. Tutti soddisfatti e rimborsati. Naturalmente, quando il
risultato è positivo, non c’è traccia alcuna di autocritica. Le vittorie, si
sa, sono la migliore medicina e scacciano i cattivi pensieri. Tutti a
festeggiare, a proclamare, ad imbonire. Per questo motivo non mi avranno:
perché sono abituato a vedere i numeri per quello che sono. Tra l’altro, nel
basket, immagine allegorica della tragedia umana, non esiste nemmeno il
pareggio! Tutti hanno giocato bene, hanno messo in campo la formazione
migliore, hanno fatto le mosse giuste, non hanno commesso alcun errore. Agli
avversari nessuna concessione, come se non esistessero. E sotto con gli insulti
agli elettori: infantili, populisti, vigliacchi, ignoranti, indegni. Come si fa
a votare questo? Come si fa a votare quello? Evitando puntualmente il quesito
cruciale: perché dovrebbero scegliermi? Tutti con la presunzione di essere i migliori.
Si vede lontano un miglio che non hanno mai fatto sport sul serio: l’umiltà e
la considerazione dell’avversario sono i preliminari necessari per affrontare
la sfida. Chi frequenta campi e palestre sa per certo che non esistono partite
scontate e che la sottovalutazione degli sfidanti è il preludio per figuracce
memorabili. Poco importa: il dono della parola e l’arte della mistificazione
sono in grado di trasformare un fiasco in un successo di grande portata. Anche
gli allenatori, purtroppo e ad onor del vero, sono diventati bugiardi
patentati: che abbiano imparato dai politici? Il campo è il giudice supremo.
Gli elettori sono i giudici supremi. Si continui a pensare che la
responsabilità sia nella stupidità di chi non capisce e ci si tenga ben stretta
la certezza indiscutibile delle proprie verità. Ecco un’altra abissale
differenza: se la squadra affonda, il primo a pagare è l’allenatore. Qui chi
paga? In realtà, siamo noi a pagare gli uomini che ci rappresentano. Un conto
abbastanza salato. Non sono nemmeno riusciti a cambiare la legge elettorale: se
non c’è governabilità, non è certo colpa degli italiani. Si sono chiusi fuori e
non trovano le chiavi. Comincino ad ammettere le sconfitte: sarebbe già un buon
primo passo. Nel frattempo, anch’io passo e chiudo.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
martedì 26 febbraio 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
no all'usato sicuro
Non sarà il governo del paese, ma anche quello sportivo merita attenzione. Forse non tutti sanno che, a capo del coni, ente nazionale di promozione dello sport, non c'è il successore designato, Raffaele Pagnozzi, bensì lo sfidante, colui che fino al giorno delle elezioni era accreditato come sconfitto onorevole. Giuseppe Malagó é il nuovo presidente nazionale. Ha avuto una fugace apparizione anche a Pordenone in occasione di pnlegge - accompagnato da Deborah Compagnoni - dove ha presentato il suo libro "donne di sport". Che mi abbia fatto una discreta impressione in realtà conta abbastanza poco. Conta invece molto che, a prescindere dal valore dei contendenti, a prevalere sia stato il candidato che rappresenta la rottura con il passato. A prima vista potrebbe sembrare un atto di coraggio, una scelta in controtendenza considerando la naturale allergia al rinnovamento di cui soffrono le istituzioni sportive. All'ottimismo iniziale, dovranno seguire azioni coerenti ed efficaci. Mai come in questo momento lo sport necessita di scelte forti e innovative. Le attività sportive scolastiche hanno toccato il minimo storico e non si può continuare ad insabbiare la testa. Le società di base sono al tracollo, vessate da gabelle assurde e prosciugate dalla carenza di finanziamenti pubblici e privati. Poi ci sono temi grossi, come la lotta al doping dove il coni spesso ha fatto orecchie da mercante quando avrebbe dovuto farsi carico direttamente. Prima ancora delle medaglie olimpiche, in cima ai programmi del massimo ente sportivo ci dovrebbe essere la tutela della salute di tutti i praticanti, professionisti e dilettanti. È un bel segnale che le federazioni sportive abbiano voluto affidarsi al nuovo piuttosto che all'usato sicuro: é vero anche che siamo sufficientemente navigati per non lasciarci andare a facili entusiasmi. Vigileremo e giudicheremo sui fatti. Caro Malagó, é vero: hai vinto una partita impossibile. Ma il campionato é ancora lungo. I veri problemi iniziano ora: noi ci aspettiamo grandi cose.
venerdì 1 febbraio 2013
dido forever
Non posso e non voglio dimenticare il giorno che entrasti al Forum. Una smorfia, un tocco elegante sulle parti intime, un rapido movimento degli occhi per togliere lo sguardo fatale. Lo capii più tardi da Tosca, tua inseparabile nonché amabile consorte: non sopportavi il colore viola ed eri disposto a tutto pur di non vederne traccia. Cosa ci facessi a Pordenone, resterà, non solo per me, un grande mistero. Eri reduce da un attacco di ictus che ti aveva privato della panchina tanto amata, quella dell' Auxilium Torino, dove avevi fatto le classiche nozze con i fichi secchi. Quel grande genio di Corrado Vescovo approfittó della situazione e ti trovasti in un sol colpo 4 gradini sotto, in B2. Purtroppo rimasi troppo poco per i miei gusti di assistente assetato di scienza cestistica. Mi lasciasti dicendo che avrei dovuto continuare e che ce l'avrei fatta. Sapevi di barare: ero troppo giovane per resistere all'urto e infatti, dopo due giornate, ebbe termine la mia esperienza di capo allenatore orfano. Di quei fantastici tre mesi, conservo però un ricordo dolce e limpido. Gli aneddoti, l' ironia - mai sarcasmo - le risate, le riflessioni colte, la leggerezza che faceva da contraltare alla mia smania di controllo. Poi, più di tutto, la tua pallacanestro: semplice, efficace, divertente. Soprattutto offensiva: ci tenevi sempre a dire che non ti bastava vincere, volevi vedere le tue squadre giocare bene. La B2 non faceva per te: era come passare dal teatro all'arena, e tu eri un formidabile interprete di alta recitazione. In un mondo di urlatori e difese asfissianti, la tua poesia cestistica non poteva aver fortuna. Ho ancora in mente le parole che usasti in spogliatoio nel tuo ultimo pre-partita: " non dovete considerare solo la possibilità di vincere, dovete considerare anche la possibilità di perdere ". Per un giovane allenatore illuminista com'ero in quel momento sembrava tutto così assurdo e anacronistico. Mi ci sono voluti parecchi anni per capire la profondità del ragionamento - parole che ho risentito molti anni dopo da Pep Guardiola prima di una finale europea del grande Barcellona. Ora capisco il privilegio raro, anche se breve. Addio Prof. Addio Dido. Ci mancherai. Mi mancherai.
sabato 19 gennaio 2013
lato A e lato B
Il pentimento va in diretta e fa spettacolo. Dopo Schwazer, Amstrong. Dai tribunali agli schermi televisivi. Chissà che qualcuno si commuova nel vedere l'invincibile cadere a terra e supplicare grazia. Sette anni di menzogne, sette luride maglie gialle intrise di imbrogli e meschinità. Caro Lance, non puoi cavartela così. Devi tornarci le ore passate davanti al video, ci devi restituire l'ammirazione per un uomo capace di vincere tutto, perfino la malattia. Finalmente la verità, una fra tutte davvero inquietante: non si può vincere il Tour senza doping. Cosa ne pensano i tuoi colleghi ciclisti? Quando potremo essere davvero sicuri che sul podio salga un atleta onesto, di cui raccontare le gesta per generazioni a finire senza incorrere nell'ennesima beffa? L'omertá su nomi e fatti non è una bella cosa: bisogna andare a fondo, scoprire le radici del male, prosciugare la fonte maligna. Un mercato, quello del doping, che ha già superato di gran lunga per dimensioni e affari quello della droga. Poi ci sono le istituzioni sportive mondiali, che non possono far finta di niente, colpevoli di negligenza e tacita complicità. Dobbiamo sdegnarci, l'illecito non può essere considerato un male necessario e inevitabile. Noi allenatori ed educatori sportivi abbiamo il compito di insegnare la fatica: non ci sono scorciatoie, né derivati. Non ci sono accorgimenti particolari, né formula magiche, se non l'allenamento ripetuto. Alle nuove generazioni abbiamo il compito di dire in modo chiaro e inequivocabile che la strada verso il successo sportivo é fatta di ostacoli, sacrifici, frustrazioni, rinunce. Esiste il lato A dello sport, fatto di divertimento, gioia, soddisfazioni, amicizie. Ma oggi, più che mai, dobbiamo tutti insistere sul lato B. L'imbroglio ha un origine culturale: come per le medicine, anche lo sport necessita di avvertenze.
giovedì 17 gennaio 2013
a proposito di blog
" Mi pare che nascondersi dietro uno pseudonimo per scrivere un blog o per insultare gente sia una stortura di una società che ha smarrito il concetto fondamentale di responsabilità. Mi vanno bene tutte le opinioni, a patto però che siano genuine, veritiere e accoppiate a una faccia e una carta di identità. Con una persona che ha il coraggio della propria opinione posso confrontarmi e anche scontrarmi se è il caso, con un nick non è equo. Insulti anonimi e pressione mediatica hanno distorto la mia capacità di lavorare bene e serenamente, perché se non vado in palestra tranquillo e non mi diverto faccio davvero fatica. E se faccio fatica, non riesco a metabolizzare le sconfitte. "
Ettore Messina - Basket, uomini e altri pianeti
sabato 12 gennaio 2013
sofferenza e premio
Essere esigenti é quasi una condanna a morte. Sei costretto a chiedere troppo a te stesso e, conseguentemente, agli altri. L'esito é inclemente e inevitabile: non c'è mai vera serenità, mai totale equilibrio, mai benessere in senso assoluto. A dirla tutta, nemmeno simpatia, visto l'insana abitudine di dire in faccia le cose e di non saper barare con gli sguardi e la comunicazione gestuale. Invidio gli allenatori che riescono a mantenere un certo controllo - almeno apparente - di fronte a situazioni di particolare gravità. Oppure quelli che sono maestri nel dare il giusto peso alle cose: in fondo, perdere una partita non è certamente paragonabile ad altri eventi di ben altra drammaticità. Malgrado sia un atteggiamento di dichiarata sconvenienza, c'è chi continua a rovinare la propria e la vita altrui senza dare segnali di pentimento o di stanchezza. Una spiegazione a tale assurdità deve pur esserci: senso spiccato del dovere? Mania di perfezione? Necessità di sentirsi a posto con la coscienza? Eccesso di idealismo e conseguente presunzione nel tentativo di trasformare l'esistente? Tutte cose che hanno un costo, sia fisico che mentale: non c'è di peggio che vivere nell'eterna e frustrante attesa che le proprie azioni e parole sortiscano un effetto rivoluzionario. L'agitazione conduce spesso verso vicoli ciechi con il risultato di ottenere l'esatto opposto di quanto desiderato. Cerco di trovare un senso consolatorio: la forte aspettativa nei confronti degli altri può creare disagio al momento ma dare frutti importanti nel tempo. Giocatori che mi hanno mal sopportato, a distanza di anni riconoscono il valore e il peso del lavoro esigente. Per ripagare me stesso e loro dei danni subiti, non c'è premio migliore.
giovedì 3 gennaio 2013
a ciascuno il suo
Non me ne voglia Josefa Idem, ma gli atleti - a parte qualche rara eccezione - non riesco a vederceli in politica. Non è necessario candidarsi per cambiare il corso delle cose: il diritto-dovere di parola e di azione spetta a tutti, sportivi compresi. I tentativi precedenti hanno sortito, generalmente, effetti negativi: da un campione ci si aspetta miracoli, che il debito pubblico venga azzerato e che trionfi l'onestà e la purezza. in realtà, l'ambiente politico ha le sue regole che nemmeno un medagliato olimpico può scalfire. I professionisti dell'amministrazione pubblica se ne fanno un baffo di ex canoisti, calciatori o nuotatori. L'aspetto più deteriore ed inquietante della vicenda è che spesso questi grandi personaggi dello sport vengono usati per attirare consensi, non per le idee e i valori di cui sono portatori. Chi non conosce Josefa Idem? Chi non si è emozionato di fronte ai suoi trionfi? Chi non ha letto i suoi articoli lucidi e punzecchianti sui quotidiani sportivi? Apprezzo il suo modo di pensare, ma non ci trovo traccia di destra o di sinistra. In più, c'è troppo poco spazio temporale tra la partecipazione alle olimpiadi e l'impegno politico per non vederci opportunismo. Non voglio dire che a ciascuno spetti il proprio mestiere: dico però che chi si è allenato per anni a vincere sui campi di gara non ha potuto necessariamente prepararsi in altri ambiti. La teoria della distribuzione dei talenti per me é sempre valida: impossibile possederli tutti. Un bravo tecnico oggi non era un atleta fenomeno ieri. Così vale in politica: non ci vedo Danilo Gallinari come presidente del consiglio, come non vedo Daniele Molmenti sindaco della cittá. Quello che devono dire e fare lo stanno già dimostrando sul campo. Per chi sa vedere oltre, questa é già buona politica.
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