Ora, se mi è concesso, mi diverto
anch’io. Ai politici, è risaputo, manca la sportività. Tutti immancabilmente
vincono, nessuno perde. Tutti soddisfatti e rimborsati. Naturalmente, quando il
risultato è positivo, non c’è traccia alcuna di autocritica. Le vittorie, si
sa, sono la migliore medicina e scacciano i cattivi pensieri. Tutti a
festeggiare, a proclamare, ad imbonire. Per questo motivo non mi avranno:
perché sono abituato a vedere i numeri per quello che sono. Tra l’altro, nel
basket, immagine allegorica della tragedia umana, non esiste nemmeno il
pareggio! Tutti hanno giocato bene, hanno messo in campo la formazione
migliore, hanno fatto le mosse giuste, non hanno commesso alcun errore. Agli
avversari nessuna concessione, come se non esistessero. E sotto con gli insulti
agli elettori: infantili, populisti, vigliacchi, ignoranti, indegni. Come si fa
a votare questo? Come si fa a votare quello? Evitando puntualmente il quesito
cruciale: perché dovrebbero scegliermi? Tutti con la presunzione di essere i migliori.
Si vede lontano un miglio che non hanno mai fatto sport sul serio: l’umiltà e
la considerazione dell’avversario sono i preliminari necessari per affrontare
la sfida. Chi frequenta campi e palestre sa per certo che non esistono partite
scontate e che la sottovalutazione degli sfidanti è il preludio per figuracce
memorabili. Poco importa: il dono della parola e l’arte della mistificazione
sono in grado di trasformare un fiasco in un successo di grande portata. Anche
gli allenatori, purtroppo e ad onor del vero, sono diventati bugiardi
patentati: che abbiano imparato dai politici? Il campo è il giudice supremo.
Gli elettori sono i giudici supremi. Si continui a pensare che la
responsabilità sia nella stupidità di chi non capisce e ci si tenga ben stretta
la certezza indiscutibile delle proprie verità. Ecco un’altra abissale
differenza: se la squadra affonda, il primo a pagare è l’allenatore. Qui chi
paga? In realtà, siamo noi a pagare gli uomini che ci rappresentano. Un conto
abbastanza salato. Non sono nemmeno riusciti a cambiare la legge elettorale: se
non c’è governabilità, non è certo colpa degli italiani. Si sono chiusi fuori e
non trovano le chiavi. Comincino ad ammettere le sconfitte: sarebbe già un buon
primo passo. Nel frattempo, anch’io passo e chiudo.
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