"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

venerdì 13 luglio 2012

paris vous attend!

Che il basket femminile sia in difficoltà lo dimostrano i numeri. Squadre e praticanti in calo. Ma la qualificazione agli europei ottenuta dalla nazionale maggiore ha il dolce sapore del riscatto e della volontà ferrea di non arrendersi. A volte bisogna sapersi arrangiare: se non ci sono nomi squillanti, si lavora sul gruppo e sull'orgoglio. Questa è l'italdonne: una squadra giovane, capitanata dall'unica trentenne rimasta, Raffaella Masciadri, sostenuta dall'unico vero talento, Giorgia Sottana, e dall'entusiasmo di tutte le altre. Invece che piangersi addosso, si é scelto di lavorare duro. Il lavoro ha pagato e ha fatto la differenza. Questo risultato - inaspettato e proprio per questo più bello - indica la strada: piuttosto che rimpiangere ciò che non c'è più o non esiste, si fa con quello che c'è. È giusto impegnarsi per migliorare l'esistente, ma a volte l'esistente è già sufficiente. La carenza di talento può essere colmata dalla ricerca della solidità e della coesione. La bravura dell'allenatore é stata proprio questa: convincere le giocatrici che il sacrificio comune avrebbe portato soddisfazioni per tutte. Così è stato. Chapeau italienne: Paris vous attend!

giovedì 12 luglio 2012

piedi in fuga

Chi guadagna spropositamente - intendendo fuori ogni logica e misura - in Italia sono, in ordine alfabetico, calciatori, manager, parlamentari. Sugli ultimi due é meglio che mi astenga. Per quanto riguarda i primi, si intendono naturalmente giocatori della massima serie, anche se, da quanto mi risulta, giocare nei campionati  cosiddetti dilettantistici può essere più conveniente che lavorare in fabbrica. Sono milanista da sempre - forse da prima che nascessi - e ho gioito per le strade e mi sono bagnato nelle fontane per le coppe dei campioni vinte - così si chiamavano ed era un nome più bello e chiaro - e per i trofei intercontinentali conquistati. Tra questi eroi, Van Basten è stato il più grande di tutti: tecnica sopraffina, senso del goal, atteggiamento vincente. Oggi squadre del genere non sono più proponibili: a malincuore, frenando il mio istinto da miope tifoso, ritengo sia giusto così. Il calcio italiano - ma non solo - è andato oltre i propri limiti, si è gonfiato al punto da non essere più in grado di sopravvivere. Ha ragione Galliani, - almeno in questo - vince chi fattura di più: perciò mettiamocela in tasca, le squadre italiane in Europa non vinceranno per un bel pezzo. Forse é il momento di ripartire dai giovani e di crearsi in casa i giocatori del futuro. O forse é meglio fare come Pozzo che i gioielli li scova in ogni angolo del mondo e se li coltiva in proprio con uno staff tecnico di prim'ordine. Certamente non è più tempo per partecipare alle aste: se Ibrahimovic costa troppo, é giusto che se ne vada. E' vero che Xavi e Iniesta hanno ingaggi alti, ma almeno il Barcellona se li é costruiti in casa. Certamente c'è da riprendere in mano, in una fase di recessione mondiale, il concetto di salary cup ( tetto massimo ): che senso ha pagare 10 milioni di euro all'anno? Come si fa a dire che sono meritati? Operai, turnisti, impiegati, insegnanti, non meriterebbero di più? Eppure, viene detto, non ce ne sono. Perfetto, bisogna avere lo stesso coraggio: dire ai signori che in fondo fanno la miglior vita possibile, che non ce ne sono. Andranno altrove? Pazienza, anche i nostri migliori cervelli sono costretti ad emigrare. E se perdiamo le migliori teste, possiamo perdere i migliori piedi.

domenica 8 luglio 2012

perfezione

Mi chiedo se sia possibile stabilire una gerarchia tra atleti di discipline ed epoche diverse. Ovviamente la risposta é negativa. Come si fa a comparare uno sciatore con un giocatore di basket? O un decatleta con un golfista? Eppure tutti quanti avrebbero ottimi motivi per meritarsi il consenso planetario. Però a me piace giocare e nella mia immaginazione ci sono atleti che per risultati, atteggiamenti, virtù non solo tecniche hanno lasciato più di altri un'impronta indelebile nella storia sportiva. A dire il vero ce n'é uno che riassume il concetto di atleta perfetto e corrisponde al nome di Roger Federer. Un mix riuscito di qualità tecnica, intelligenza tattica e solidità caratteriale. Nessuna sbavatura, mai un gesto sopra le righe. Rispetto assoluto per l'avversario al quale non fa mai mancare parole di elogio e di stima. Pur avendo vinto tutto non ha ancora placato la fame. Signore nella vittoria ma soprattutto nella sconfitta. Cultore del lavoro più che dell'apparenza. Amato e rispettato da tutti malgrado abbia distribuito molta sofferenza tra gli irriducibili sfidanti. L'ultima vittoria di Wimbledon, in ordine di tempo, è stato un capolavoro di sagacia, esperienza, consapevolezza.  Persino Murray, l'idolo di casa, ha scherzato sulla presunta parabola discendente del campione che sembra non conoscere tramonto. Una bella pagina di sport: vedere i duellanti combattere senza risparmio, abbracciarsi alla fine e piangere con il microfono in mano che certamente padroneggiano molto peggio della racchetta. Confesso di essermi commosso: non c'è niente, come lo sport, che possa regalare emozioni di questa intensità. Nemmeno i vecchi film d'amore di cui mia madre era divoratrice e dove le lacrime scorrevano copiose assieme ai titoli di coda.

venerdì 6 luglio 2012

ignoti naviganti


E’ insopportabile e non più tollerabile. E’ come prendere una legnata da un tizio con il volto coperto. Anzi, peggio, molto peggio. Dietro un bastone c’è un corpo, dietro l’anonimato il vuoto, il nulla. Da questo gioco al massacro mi sono tolto ormai da un bel pezzo senza rimpianti e con una buona dose di salute in più.  Lo sputtanamento in rete è l’ultima invenzione della cattiveria umana: in realtà, quella che doveva essere una piazza virtuale in cui discutere serenamente si è trasformata in un campo di battaglia – senza spazio né tempo - dove tra elmi e corazze è impossibile distinguere sostenitori ed avversari.  Le chat e i forum sono vere e proprie discariche sulle quali rovesciare i detriti dell’animo.  Chi non ha il coraggio di mettere la faccia non dovrebbe avere diritto di parola. Ho fatto la mia battaglia, l’ho perduta, ciascuno faccia i conti con se stesso. Provo nostalgia per i vecchi dibattiti pubblici: se qualcuno voleva intervenire, si alzava, percorreva il tratto verso il palco consapevole delle centinaia di occhi puntati addosso, prendeva nervosamente il microfono ed esponeva le proprie opinioni noncurante – o forse si? – delle reazioni non sempre compiacenti. Tempi epici: per parlare ci voleva fegato. Per sparlare, come si usa oggi, ce ne vuole molto meno. Rimango fermo nell’idea che chi comanda il gioco dovrebbe dettare le regole. Se l’arbitro non fischia, autorizza le squadre a menarsi. Chi fa le carte, dovrebbe governare e non speculare. Ma qui entriamo nel campo etico, poco frequentato dall’uomo moderno e soprattutto da chi detiene responsabilità. In tutta questa vicenda, l’aspetto deteriore è la vigliaccheria: si è più preoccupati di non farsi vedere che di colpire. Poi leggo delle denuncia a De Laurentis per aver detto cafone ad un giornalista: gesto maleducato, ma non certo codardo. Non saprei dire cosa è peggio. Anzi, visti i tempi, forse non avrei dubbi.

mercoledì 4 luglio 2012

highlander

" L'ho capito a Cento, 
perchè non sentivo il fuoco dentro di me. 
L'ho capito perchè la sconfitta 
in quella ultima maledetta partita 
non aveva il sapore della disperazione 
come tante altre volte. 
Ringrazio tutti. 
Quelli che mi hanno amato
 e quelli (tantissimi) che mi hanno odiato.
 Tutti mi avete regalato emozioni. "


 Mario Boni - 49 anni - dopo l'ultima partita disputata

martedì 3 luglio 2012

colpi sinistri

Se potessi prenderei tutti mancini. Sono imprevedibili, svelti, estrosi. Non é un caso che il tennis e la scherma ne siano pieni. Il mio giocatore preferito? John Mc Enroe, senza dubbio. Un genio della racchetta. Nel tennis di oggi fatto di pallate e scambi infiniti ne sento particolarmente la mancanza. Spesso irriverente, certamente, ma capace di emozionare e di lasciare a bocca aperta gli spettatori, reali e televisivi. Per lui non era solo importante fare punto: fondamentale che fosse speciale, frutto di costante invenzione offensiva. Non c'era uno scambio uguale all'altro: una varietà di colpi impressionante. Guardare oggi una partita di tennis è come seguire il gran premio: dopo il primo giro può iniziare la siesta. Per fortuna c'è Wimbledon, che grazie alla velocità dell'erba ci risparmia noia e sbadigli. Torniamo ai mancini: un tempo erano considerati anormali, oggi sono ricercati, soprattutto nello sport. Non é più un mistero che essendo governati dall'emisfero destro possiedano maggiore creatività - un esercito gli artisti - e velocità di reazione. Manu Ginobili è la raffigurazione chiara di quali danni possa combinare un giocatore di mano sinistra ad una squadra avversaria: estro, genialità, imprevedibilità. In sintesi, immarcabilità. Altri mancini illustri? Ayrton Senna, Valentino Rossi, Pelè, Maradona, Messi: c'é bisogno di qualcun altro? Sarebbe bello poter vedere, almeno per una volta, cinque mancini in un campo di basket schierati contemporaneamente: uno spettacolo indescrivibile! E chissefrega se nessuno difende, visto che in genere i creativi sono per definizione restii alla fatica. Per una volta facciamo che il risultato non conti: il divertimento é assicurato!

lunedì 2 luglio 2012

sempreazzurro

Quello delle nazionali é un problema serio. Intendo tutte, dal calcio alla pallanuoto. Siamo bravi a vestirci d'azzurro e altrettanto a riporre magliette e trucchi fino alla prossima occasione. Chissà poi se ci sarà un'altra occasione. L'Italia del basket soffre tanto quanto se non più quella del calcio. Non si può vivere solo di fortuna e buone annate. Ci vuole programmazione, volontà, investimenti. In una parola: ci vuole coraggio. Se la Spagna domina nei giochi di squadra qualcosa deve pur significare: dobbiamo solo pensare a un fatto divino? Dobbiamo aspettare che i vari Gasol, Navarro, Iniesta e Xavi abbandonino il campo per poter sperare? I cloni sono già pronti: Rubio, eccezionale playmaker classe 90 già approdato in America, e molti altri sono già in pista a raccogliere l'eredità dei campioni. In Spagna si programma e non si lascia nulla al caso: i migliori vengono selezionati, formati in centri di alta specializzazione e lanciati quanto prima nel basket che conta. In Italia i giovani marciscono in attesa che si apra qualche porta miracolosa. Alcuni, in realtà, non fanno molto per guadagnarsi il posto. Del resto, Siena, società dominante, come azzurro ha solo Aradori con un minutaggio di circa 10 minuti a gara. La colpa non é di Siena: il suo compito è vincere e cerca di farlo con mezzi appropriati e legali. La federazione combatte da anni con i club per le quote garantite, ma é una battaglia persa. Le società hanno bisogno di vendere il prodotto, non di costruire giocatori. Così gli italiani approdano in squadre di seconda fascia per poter giocare e non fanno esperienza internazionale - vedi coppe europee - indispensabile per diventare giocatori competitivi. Occorre dare merito a Scariolo di aver fatto giocare Melli e Gentile durante la finale scudetto dando loro fiducia e presenza assidua in campo. Ma non è sufficiente: le squadre under 20 azzurre ottengono sempre buoni risultati in Europa, come mai questi giocatori non trovano ampi spazi nei grandi club? Gli allenatori, pur di non perdere il lavoro - dargli torto? - sono restii a lanciare nell'agone giovani virgulti: d'altra parte, sono giudicati sui risultati, non sulla valorizzazione del prodotto locale. La parabola discendente del basket azzurro coincise con l'argento alle Olimpiadi di Atene: non ci fu adeguato ricambio e ci si sedette sugli allori. Le nazionali abbisognano di un'attenzione continua, non solo sporadica. Solo così potremo tornare ad essere vincenti e ad esprimere un'identità sportiva frutto di una scuola inconfondibile. Perchè all'Italia, la piccola Italia, non manca nulla per vincere: genio, scaltrezza, spirito di gruppo, sono ingredienti che appartengono a questo popolo fin dall'antichità. Basta guardarsi attorno.