Il millenovecentottantotto (1988) é passato alla storia per tre fatti realmente accaduti: nasce Danilo Gallinari, si sposa lo scrivente, il Friuli Venezia Giulia vince il Decio Scuri femminile (l'attuale trofeo delle regioni) per la prima e, se la memoria non mi gioca brutti scherzi, unica volta. Non avrei dovuto sedere su quella panchina: all'ultimo momento l'allenatore designato, Maurizio Zuppi, fu costretto a declinare per motivi di lavoro. Patrizia Galli era l'assistente perciò ci trovammo, improvvisamente, due pordenonesi al comando del timone. Giocammo a Loano, incantevole cittadina della riviera ligure di Ponente: gli onori di casa spettavano a Settimio Pagnini, mitico tecnico dell'universo cestistico rosa, al quale dovetti volentieri prestare la giacca per le premiazioni finali. Un uomo straordinario, che ha dedicato la vita alla pallacanestro e che non ha avuto esitazioni ad abbracciarmi alla sirena finale: in fondo, le regioni piccole vivono intese istintive. La squadra era forte, un fantastico mix di esuberanza ed imprevedibilità triestina unite a solidità e personalitá concordiese: queste ultime passate al nemico confinante seguendo le tracce del bravo e compianto Luciano Valerio, allenatore della serie A2 in città. Qualche nome: fra tutte, Renata Zocco, che farà una carriera splendida nella massima serie, ma anche Brezigar, Rossi, Varesano, Gobbato, Falcomer, Bianco...oggi tutte quarantenni, con altri pensieri per la testa. Vincemmo tutte le partite, in successione Piemonte, Calabria, Liguria. Poi ai quarti Toscana, in semifinale con il Lazio ( ai supplementari ) e in finale con la Lombardia che prevalse sul favorito Veneto. In realtà, trionfammo non solo perché eravamo bravi, ma per altri segreti motivi. Primo, perché era scritto. Secondo, e lo scoprii solo alla fine, perché il nostro fedele accompagnatore, di cui non ricordo il nome ma faceva il tabacchino a Grado, si infiló per sbaglio il gilet color bordeaux a rovescio durante la prima partita e non lo tolse fino al fischio finale - la leggenda narra che perfino a letto l'uomo non si sbarazzò della scaramanzia - appropriandosi pubblicamente di meriti non sportivi ma indiscutibilmente reali. Tornammo a casa orgogliosi e speranzosi di ricevere ufficiali e pubblici riconoscimenti che, ahimè, non ci furono. Solo una medaglietta commemorativa, di cui ho perso noncurante le tracce. Pensavamo erroneamente che l'inabitudine alla vittoria potesse una volta tanto smuovere l'apparato. Tutto quel che resta é una fotografia sbiadita ed una zona nascosta nel cervello dove, qualche volta, fare ricorso per illuminare il buio. Le vittorie sono rare e vanno conservate come un tesoro prezioso.
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