Non è vero che le sconfitte fanno bene. Le sconfitte fanno male. Fanno invecchiare e tolgono energia. Cadere e rialzarsi: questo dovrebbe essere il messaggio subliminale e istruttivo della sconfitta. Ma non è sempre così. Non è così scontato rimettersi in piedi dopo averle prese di santa ragione. Nei film forse, dove i nostri eroi impavidi e indistruttibili, con sette vite a disposizione, ci danno certezza sul buon esito della battaglia. Nello sport non ci sono doppie vite. Non si può rigiocare. Non c'è finzione. Il pallone entra: sei un genio. Esce: sei un cretino. Una legge spietata e crudele. Chi si abbraccia e chi piange, per un maledetto pallone. Come dare un calcio al secchio del latte, come rovesciare il caffè su un'opera d'arte: tanta fatica per crollare sulla sirena. La domanda è ovvia: perché tanto accanimento? Perché tanta masochistica voglia di farsi del male mentre la gran parte delle persone corre nei fine settimana a festeggiare? Sarebbe come chiedere a un giocatore d'azzardo o a chi si lancia con il paracadute perché si ostinano a farlo. Nemmeno io ho risposte convincenti: forse perché le vittorie ci aiutano a stare a galla, ci danno un barlume del senso di ciò che stiamo facendo. Ma non è tutto: l'incertezza sull'esito crea panico emotivo ma anche piacere recondito e fatale curiosità. L'ho sempre detto: siamo fatti male. Dovremmo essere insensibili, impermeabili e impercettibili. Come dei robot che hanno testa, corpo, ma sono senza cuore. Alla fine, invece, ci caschiamo sempre: vogliamo vedere dietro quella porta, noncuranti della salute e della felicità. Amanti del brivido e, nello stesso tempo, nostalgici di pace.

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