Aumentano gli infortuni in palestra. Così dice un trafiletto di un giornale locale con tanto di statistiche. Ma che sorpresa! Sorpresa per chi? Per chi le palestre scolastiche non le frequenta da tempo. Per chi ci vive quotidianamente, é solo la conferma contabile di ciò che é risaputo ormai da un bel pezzo. Non è frutto di casualità, nemmeno colpa delle palestre o delle persone che ci lavorano. Purtroppo é l'utenza che é drasticamente cambiata. Una buona fetta di ragazzi italiani non ha i presupposti motori per sopportare carichi superiori alla media: ad esempio, fare una partita di calcetto - forse il divertimento massimo per la gioventù attuale - comporta un'intensità a livello muscolare, articolare e tendineo che pochi riescono a sopportare agevolmente e senza danni. A meno che si giochi a ritmi antalgici, ossia camminando per il campo. Le caviglie e le ginocchia dei ragazzi del duemila sono matematicamente più fragili di quelli che li hanno preceduti: non é difficile coglierne i motivi, ogni giorno che passa nel paese si fa meno attività fisica, soprattutto libera e spontanea. Oggi per pomparsi ed apparire i giovanotti vanno nelle palestre di pesi, un tempo bastavano le occupazioni o i divertimenti quotidiani a forgiare il corpo. In sostanza, madre natura ha lasciato il posto ai laboratori artificiali della costruzione fisica. I cosiddetti movimenti naturali, tipo correre saltare arrampicarsi strisciare rotolare ecc, giochi spontanei d'infanzia, stanno pian pianino scomparendo: é sufficiente mettere solo per un attimo il naso in qualsiasi palestra per cogliere le enormi difficoltà coordinative dei ragazzi associate a movimenti maldestri e incontrollati. Anche quei pochi che praticano sport, sembrano addestrati: osservare un calciatore fare pallavolo equivale a chiedere ad un romano di parlare dialetto triestino. C'è un altro fattore, forse più decisivo dei precedenti: i ragazzi sono sempre più incapaci di pensare mentre svolgono un compito. Non é questione di materia grigia: ne hanno anche troppa, ma sono disabituati ad usarla in corso d'opera. É come se fossero perennemente distratti. La consapevolezza, che é l'arte della presenza a se stessi in ogni istante, é una virtù sconosciuta. Logico che, mentre si svolge un esercizio gravoso ed intenso, in assenza di concentrazione, le probabilità di infortunio si moltiplichino alla potenza. La mia battaglia feriale si basa proprio su questi concetti: aiutare a tenere il più a lungo possibile la giusta soglia di attenzione. Non mi arrenderò facilmente: non saranno gli sbuffi o i rimbrotti a farmi recedere. Mission impossible? Può darsi, ma se molliamo non lamentiamoci di vedere le nostre nazionali sprofondare sempre più verso il basso: per farne uno come Danilo Gallinari ce ne vogliono diecimila.
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