La selezione nello sport é da sempre un argomento scottante e di ampia discussione, anche nel nostro piccolo orticello. Esiste davvero un momento, un imbuto, un confine tra il diritto sacrosanto al gioco e la necessità di produrre atleti per la sopravvivenza del gioco stesso? È sempre difficile, se non impossibile, stabilire un'età, un sbarra, oltre la quale lo sport, da puro e sano divertimento, si trasforma in impegno e responsabilità. Trovo un po' assurdo, se non comico, pensare ad un'investitura ufficiale dove le reclute vengono messe al corrente che il tempo del gioco e del sollazzo viene sostituito prontamente da allenamenti sfiancanti. C'è, per fortuna, chi si diverte ancora a quarant'anni e chi, purtroppo, é già stufo a dieci. Non c'é una regola precisa, non esistono linee di demarcazione nette. Non mi è mai piaciuto pensare al mini basket come ad un'isola felice dove i bambini, protetti dagli eccessi dell'agonismo, vivono in uno stato di pace e incolumità perenni: seppur piccoli, possono già fare esperienza che non tutto nello sport é latte e miele. Ci sono le regole da rispettare, le sconfitte personali e di squadra da metabolizzare, le frustrazioni inevitabili, gli istruttori da sopportare. Allo stesso tempo, non è scritto da nessuna parte che chi ha fatto una scelta di maggior impegno debba smettere di divertirsi e provare piacere: i miglioramenti individuali e le vittorie in genere ripagano con gli interessi tutte le fatiche quotidianamente affrontate. C'è una variabile che gioca un ruolo rilevante: spesso le aspettative e le pressioni degli adulti si intromettono artificiosamente e minacciosamente all'interno del processo naturale evolutivo. I bambini e i ragazzi sono giudici imparziali e sanno valutare se stessi meglio di altri: tutti hanno giustamente diritto a fare sport, ma non è detto quella disciplina o in quella particolare società sportiva. Non tutti sono e diventeranno agonisti: questo non pregiudica minimamente la possibilità di fare pratica motoria. Purtroppo in Italia la separazione fra attività agonistica e amatoriale é vissuta in modo traumatico: se non sei un fenomeno, se non hai talento, é meglio lasciar perdere. Non c'è niente di più sbagliato: esistono migliaia di modi per tenersi in forma e per provare soddisfazione nel fare movimento. L'idealizzazione del campione ricco e famoso ci ha portato in un vicolo cieco: o si fa agonismo o non si fa niente, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi. A quel bambino o a quel ragazzo, ingiustamente scartati, direi di non disperarsi più di tanto: ci sono mille altri modi per divertirsi. Si chiude una porta, si spalanca un portone. Ad esempio, Se Hakeem Olajuwon non avesse abbandonato il calcio, non sarebbe diventato uno dei pivot più forti di sempre.
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