Ho avuto la fortuna di ascoltare Deborah Compagnoni grazie a pordenonelegge. Campionessa prima ed ora. Come già detto da altri, in una parola, disarmante. Nessun accento, nessuna boria, nessuna traccia di nostalgia. Ha vinto tutto quello che c'era da vincere, eppure quei trionfi sembrano una parentesi nella vita di una donna che ha scelto la normalità come compagna di viaggio. Erano i tempi di Alberto Tomba e del boom dello sci azzurro: non perdavamo una manche, incollati al video, sperando nell'accoppiata dei due eroi sportivi. Così invincibili, così diversi. Istrione e televisivo lui, schiva e anti-diva lei. Tempestata da mille infortuni, si è rialzata ogni volta tornando più forte di prima. Una fenice di montagna. Fantastica nel disincanto quando ammette che non avrebbe voluto partecipare alle prime olimpiadi - poi vinte nettamente - per l'eccessivo tasso di pressione addosso. La nonna la proteggeva dai giornalisti mentre lei si nascondeva in camera. I successi si costruiscono soprattutto con le piccole cose, quelle che si vengono a conoscere in un secondo tempo. Poi affonda il coltello, sempre con il sorriso sulle labbra, e riconosci la donna grintosa, quella che non si è mai arresa e che lottava per vincere: un campione, dice, prima di tutto è una persona, non un personaggio. Messaggio alle contemporanee: ok gli sponsor - male inevitabile - ma occorre imparare a difendersi. La competizione non ammette distrazioni. Parola di chi, quando ha spento la luce, non l'ha più riaccesa: si è campioni ovunque e sempre, anche nell'intimità della casa, fra pianti e piatti.

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