"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

mercoledì 11 ottobre 2017

liberi tutti

Il vincolo sportivo, oltre ad essere un illegittimo impedimento della libertà personale, è diventato negli anni un grande freno alla crescita della pallacanestro italiana. Non certo l’unico, forse nemmeno il più evidente, certamente artefice della mediocrità con cui si lavora nei settori giovanili. Cerco di spiegarmi prima che qualcuno cominci a mettermi le mani addosso: quello che sto per dire non farà piacere a molti, ma se vogliamo trovare un antidoto ad una situazione che va deteriorandosi ora dopo ora, è necessario essere crudi e onesti nell’ammettere che ciò che può dare vantaggi nell'immediato può provocare danni irreparabili nei tempi lunghi. Esempio classico: in ogni squadra che si rispetti accade che uno o più giocatori abbiano qualità tecniche più elevate rispetto al resto del gruppo; se dovessero chiedere di andare ad allenarsi e giocare in un ambiente più prestazionale, nella quasi totalità dei casi verrebbero respinti grazie anche al deterrente del vincolo, che funge da chiavistello invalicabile a scoraggiare qualsiasi tentativo di fuga. Così avviene che chi potrebbe migliorare è impedito a farlo, con conseguenze spesso deleterie: nel migliore dei casi lo sviluppo tecnico si interrompe bruscamente, nei peggiori ci troviamo spesso di fronte ad abbandoni precoci o a cambi repentini di disciplina sportiva. Per costringere un giocatore a restare, con le buone e spesso con le cattive, si mette una pezza alle problematiche del momento ma, allo stesso tempo, si scava una buca insormontabile per le speranze di futuro del giocatore stesso. Per salvare una squadra - perché altrimenti come è possibile andare avanti se qualcuno se ne va - stiamo ammazzando la pallacanestro: chissà quanti potenziali atleti di livello sono rimasti intrappolati nelle reti del ricatto del tesseramento. Altra questione, direttamente collegata: il fatto che i giocatori non possano andarsene liberamente ha abbassato di gran lunga la qualità del lavoro formativo in palestra. Se non esistessero vincoli, le società sportive sarebbero obbligate ad assumere i tecnici migliori e a garantirne la formazione, a presentare alle famiglie e relativi giocatori dei progetti credibili e completi. Così come stanno le cose, invece, Il tutto è orientato verso il basso e il risparmio: pochi allenamenti, allenatori reclutati in extremis e spesso demotivati, partecipazione a campionati provinciali più redditizi sia come costi che come risultati, allenamenti brevi e orientati ad aspetti aggregativi più che di apprendimento. La scusa è che il tempo a disposizione è limitato, ma nessuno fa niente per aumentare il carico. In questa situazione, è matematico che non escano giocatori di livello: le poche società che fanno un buon lavoro a livello giovanile non possono sobbarcarsi tutto il peso del reclutamento e della formazione dei giocatori. È risaputo, infatti, che la gran parte del patrimonio agonistico nazionale provenga da società piccole e periferiche e che solo in un secondo momento sia transitato attraverso i canali ufficiali dei club più attrezzati nella costruzione dei giocatori. È chiaro che, a fronte dello svincolo, andrebbero premiati, subito e non a posteriori, i club che hanno reclutato i ragazzi che hanno scelto altre sedi per sviluppare le capacità tecniche: ma questa è un'altra storia e, forse, ne riparleremo un'altra volta.

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