"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

martedì 25 ottobre 2016

gioco pericoloso

Morire di gioco. Anzi, morire giocando. Un paradosso: il gioco è sinonimo di vita, libertà di espressione, salute, benessere, gioia. Eppure avvengono tragedie di continuo e che spesso e purtroppo ci interpellano da vicino. Fatalità o incidenti evitabili? Lo sport attuale ha raggiunto livelli di sostenibilità sempre più elevati: l'enfatizzazione sulla componente atletica richiede inevitabilmente un'idoneità su prestazioni di alto dispendio energetico. La pallacanestro di oggi non è nemmeno parente, per ritmi ed intensità di gioco, a quella che si praticava trent'anni fa: sforzi continui e massimali, pause ridotte, velocità raddoppiata di spostamento dei giocatori e della palla. La famosa certificazione medica agonistica richiesta annualmente all'atleta non è in grado di garantire pienamente che un giocatore sia in grado di iniziare e terminare una partita senza conseguenze: il cosiddetto test sotto sforzo non è minimamente paragonabile alla fatica che deve compiere un atleta in situazione di stress fisico durante un normale match di pallacanestro. Vero anche che gli allenamenti a cui gli atleti sono sottoposti possono rappresentare un buon indicatore di quale sia il livello fisico di sopportazione dei singoli e della squadra. In pratica, se non ci sono segnali di cedimento durante la settimana, impossibile, o quasi, possano comparire in occasione delle dispute agonistiche. La partita, da par suo, può aggiungere una forte componente emotiva con indubbia incidenza sull'apparato cardio-respiratorio. Esiste poi un aspetto, fondamentale e delicato, di pronto intervento: non tutti i campionati, soprattutto giovanili, dispongono di un medico a bordo campo; non tutte le palestre sono munite di defibrillatore e, nel caso lo fossero, non è certo che esista un operatore presente in grado di saperlo usare. Un conto è fare un corso su manichini, un altro trovarsi in una situazione reale con poco tempo a disposizione e con una gravosa responsabilità da gestire con sangue freddo. Le temperature basse di alcune strutture possono diventare un ulteriore elemento di complicazione: non dimentichiamo che il palazzetto di Gorizia - dove Matteo Molent giocò la sua ultima partita - si presentava come un'autentica ghiacciaia. Detto questo, rimango dell'idea che in questi eventi drammatici la componente di casualità sia molto alta. Per quanto si cerchi, come è giusto è logico che sia, di prevenire e intervenire, non sempre è possibile prevedere, agire, risolvere. Non è per sollevare da responsabilità oggettive, che potrebbero anche essere accertate, ma certe cose succedono, e non solo sui campi di basket. È davvero tragico che capiti a ragazzi appena sbocciati alla primavera della vita mentre praticano la cosa più bella al mondo. Purtroppo la signora della morte non fa distinzioni: per lei siamo tutti uguali.

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