"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

sabato 3 ottobre 2015

agonismo puro/2

Scendo sul pratico. Dalla purezza dichiarata a quella esercitata. Mettiamo caso mi sia affidata una squadra di ragazzi/e di primo pelo, quindi totalmente digiuna a livello tecnico: ho due strade davanti, diametralmente opposte, quella più immediata e meno dolorosa di limitare i danni dove, tra furbizie ed alchimie pseudo tattiche, riesco ad ottenere risultati in apparenza sorprendenti oppure quella più impervia e sofferta di insegnare da zero l'ABC della pallacanestro sapendo in partenza che non sarà possibile per lungo tempo offrire la benché minima resistenza all'urto degli avversari. In pratica, la differenza sta nel dare una misura alla sconfitta: perdere con un distacco minore per qualcuno è già una mezza vittoria. Scelte che hanno delle conseguenze: nel primo caso i giocatori sono a servizio dell'allenatore, nel secondo l'allenatore é al servizio dei giocatori. Esistono purtroppo due aspetti dell'era moderna che in genere condizionano in negativo le scelte dei tecnici: il concetto deviato comune - nato chissà dove - che il coach valga per i risultati che ottiene. Nulla di più falso: l'unico vero criterio di valutazione, se ce ne fosse uno, sta nella produzione di giocatori - a tutti i livelli, compresi le minors - e non solo per i campionati top. Per fare giocatori ci vuole molto tempo ( quindi il giudizio viene necessariamente ritardato ) e il premio in genere va condiviso con tutti quelli che ci hanno messo le mani. L'altro tallone d'Achille sta nella presenza sempre più massiccia e invadente delle famiglie, che appena vedono risultati deludenti, trovano il capro espiatorio nel bersaglio più facile. Purtroppo il punto di osservazione dei genitori é ridotto ad 1/12 del problema: per questo allenatori e famiglie non potranno mai andare d'accordo, anche facendo mille riunioni straordinarie notturne. Il secondo esempio é l'inverso: mettiamo caso che mi capiti una squadra con giocatori di qualità e che possa avere ambizioni di successo. Anche in questo caso posso operare scelte diverse: continuare ad insegnare la pallacanestro - perché, checché se ne dica, c'è sempre da imparare - tentando di portare i giocatori ad un livello più alto oppure usare le loro caratteristiche intrinseche per ottenere il massimo da ciascuno. Se uno non sa tirare, pazienza, non ho tempo per insegnargli, cercherò di sfruttare la sua verve difensiva nei momenti di bisogno. Se uno è alto e grosso ma con le mani di piombo, andrà bene per fare blocchi e tagliafuori: non importa se il suo campionato, a fine corsa, sarà inesorabilmente tra i dilettanti. È così via: in pratica, il risultato finale sta al di sopra di tutto, dove le lacune di ciascuno diventano perdite inevitabili e le capacità specializzazione al servizio dell'obiettivo. Naturalmente uno scudetto appiccicato sulla maglia vale più di tante tacite sofferenze. Mi rendo conto, é difficile restare puri nello sport: tutti quanti, bene o male, prima o poi, ci siamo macchiati. Nessuno é sotto accusa, ci mancherebbe: vista però la penuria di giocatori di qualità sulla penisola, forse qualche domanda ce la dovremmo fare tutti. Io per primo: inseguendo la vittoria, abbiamo smesso di insegnare?

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