Inevitabile riflessione sugli europei under 20. Se non altro per la vicinanza. Ha ragione Sacripanti a sentirsi soddisfatto della propria squadra: se non avessimo fatto un vero e proprio miracolo con i francesi, saremmo qui a discutere di una probabile retrocessione, cosa peraltro capitata a vittime illustri, vedi Russia Croazia, Grecia. Gli azzurri non potevano onestamente dare di più: costretti a giocare sempre al limite, hanno pagato dazio quando le forze, soprattutto mentali, hanno lasciato il posto all'inevitabile crack nervoso. Un gruppo di qualità mediocre con alcune punte dimostratesi carenti in leadership: inoltre, sono davvero tantissimi anni che, a livello giovanile, non si riesce a produrre - senza offesa per gli attuali e volenterosi esponenti - un giocatore interno di valore internazionale del livello, che so, di Marconato o Chiacig, solo per citarne alcuni. Le prime quattro posizioni sono occupate, guarda caso, dalle nazionali con i centri di maggior interesse e prospettiva. Fatta l'analisi, serve una diagnosi. Non credo ci faccia bene continuare ad insabbiare la testa con discorsi puerili paragonabili ai vini d'annata: non ci sono anni buoni e meno buoni, é da un po' di tempo che gli staff della nazionale, tra i migliori al mondo, sono costretti a fare nozze con i fichi secchi. La verità, come è già stata rivelata da più parti, é che il movimento cestistico nazionale non è più in grado di creare giocatori di alto livello. Qui capiamoci subito: non sono gli allenatori bravi a mancare, semmai programmazioni mirate alla costruzione di giocatori di qualità. Ad eccezione di alcune isole felici, si va perpetuando in Italia, con risultati a lungo termine deleteri, una pericolosa enfatizzazione del risultato di squadra a discapito, spesso e volentieri, della promozione e sviluppo dei singoli talenti. Esempio lampante: per vincere, soprattutto in età precoce, é quasi sempre sconveniente utilizzare i giocatori più alti, rei di non possedere doti di coordinazione e rapidità. A lungo andare, questa operazione, consapevole o meno, ritarda i tempi di maturazione con la possibilità concreta, purtroppo già verificatasi, che alcuni non giungano mai alla definitiva consacrazione agonistica. Il centro titolare di questa nazionale proviene dai college dove, guarda caso, si lavora in modo continuo e sistematico sul miglioramento tecnico e fisico del giocatore. Si fa presto a dire " bisogna farli giocare ": non c'è nessun allenatore così stupido al mondo che lasci in panchina chi merita di stare in campo. Purtroppo, molti dei nostri giovani più interessanti, quando arriva il momento, faticano a diventare adulti, non solo in chiave sportiva. La formazione tecnica non deve mai essere solo in funzione della competizione agonistica - concetto che può valere in prima squadra per intenderci -: semmai é la competizione agonistica che deve essere in funzione della crescita di ogni singolo giocatore. Ecco perché rimango dell'idea, sulla falsariga dei college, che sia necessario un campionato per l'età cosiddetta del passaggio, non di certo giovanile come l'under 20 dove in genere i talenti migliori non giocano per ovvi motivi, permettendo ai grandi club di iscrivere una seconda squadra nei campionati minori. É allarme rosso e chi vuol bene alla pallacanestro italiana deve smetterla di far finta di nulla. Una chiamata alle armi che non prevede disertori: giocatori come Gallinari e Bargnani in giro non se ne vedono, perciò o ci accontentiamo del risultato, speriamo positivo ai prossimi europei, coprendo le pagine ed i video di vanagloria oppure ci diamo da fare perché come dicono molti - e non è retorica - la nazionale é un bene di tutti.
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